We Are Still Here

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’eleganza e il fascino di Aylesbury

Il titolo del film scritto e diretto da Ted Geoghegan, We Are Still Here (Siamo ancora qui), lascia da subito allo spettatore l’arduo compito di interpretarne l’accezione, introducendolo nella scelta di farlo suonare come un monito o come uno spiraglio di speranza. Lo stesso complemento di luogo, “qui”, sconquassa le nostre convinzioni: qui nel cuore, nei ricordi, o qui dentro casa?
Ed in effetti è proprio questa duplicità a tormentare la vita di Anne (Barbara Crampton) dopo la morte del figlio per un incidente stradale, in bilico tra il desiderio di sentirne la presenza e l’angoscia di confrontarsi con qualcosa di assurdo. Per andare avanti con la loro vita, ad ogni modo, decide con il marito Paul (Andrew Sensenig) di trasferirsi in una nuova casa di campagna e lasciarsi così tutto alle spalle. Poco dopo il loro arrivo, però, Anne inizia a percepire il contatto con lo spirito del figlio Bobby farsi sempre più astante. Con il compagno pensa allora di contattare May e Jacob Lewis (rispettivamente Lisa Marie e Larry Fessenden), una coppia di hippie in grado di cogliere le energie all’interno dell’abitazione. Quello che vedranno non sarà una bella scoperta.
L’intera proiezione ci cala immediatamente dentro i paesaggi innevati del New England, presentandosi sin dai primi fotogrammi per una cura attenta e vanitosa delle immagini. Il sito Twitch Film, a questo proposito, ha lodato il lavoro definendolo come “elegante ed affascinante”. Sono due aggettivi azzeccati per una fotografia che, assieme ad un assordante silenzio e la parziale mancanza di dialoghi, riescono ad avvicinare chi guarda all’aria densa di casa Sacchetti. We Are Still Here, però, è un film a due o addirittura tre velocità. Se i momenti iniziali sono infatti cadenzati da una sequela quasi “diapositivistica” delle scene, il resto del prodotto non impiegherà troppo tempo a disvelarsi in tutta la sua crudeltà. Accompagnati da insopportabili temperature infernali, i corpi arsi vivi nascosti in cantina si palesano immediatamente con tutta la loro violenza, facendo guadagnare al regista Geoghegan il paragone – così è stato scritto – con il cinema nostrano di Lucio Fulci. La sceneggiatura non intavola niente di nuovo, almeno ad un primo impatto, e fatica a riportare la paura al di fuori dell’ambiente in cui per troppe volte è stata imprigionata: le accoglienti e sicure mura domestiche. Nel finale la scenografia sterza un po’, spostando il focus fuori dal salotto e dalla camera da letto dei protagonisti, sempre il tanto che basta per ridare ossigeno ad una storia a rischio di appiattimento. Sarà infatti l’intervento di Dave McCabe (Monte Markham), portavoce dell’intera comunità di Aylesbury, a svelare il segreto della misteriosa maledizione che incombe sulla cittadina dal 1859.
L’effetto orrorifico regalato da una possessione demoniaca piuttosto ben riuscita, nonostante la sua convenzionalità, riesce a fungere da contraltare ad una lieve ironia non voluta ed a delle interpretazioni abbastanza ordinarie. Le ultime sequenze trasformano la residenza Sacchetti in una vera e propria macelleria umana, in cui una buona dose di nervature splatter riescono a compensare degli effetti speciali (ad esempio i corpi bruciati e risucchiati vivi dal pavimento) portati un po’ troppo all’eccesso. La famiglia sarà dunque spinta a sciogliere un nodo cruciale, chiudendo così il cerchio delle ossessioni con le quali la pellicola si apre.

Riccardo Scano

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