Una vita nel mistero

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tra Fede e Paura

Una vita nel mistero, lungometraggio di esordio del giovanissimo (ventiquattro anni) regista pugliese Stefano Simone, è indubitabilmente un’opera che dimostra una buona dose di coraggio nell’affrontare senza mediazioni di sorta un tema delicato come quello della Fede assoluta e totalizzante, presupposto imprescindibile per la convinzione nei miracoli. Tuttavia la scelta formale che rende interessante l’operazione imbastita dal cineasta di Manfredonia – dove peraltro è stato interamente girato il film – è stata quella di distaccarsi in parte, almeno a livello di mero contenuto, dalle pregnanti tematiche di partenza allo scopo di rendere Una vita nel mistero un vero e autentico film di genere. Già, ma quale genere? Si nota immediatamente la passione di Simone per il cinema horror, categoria alla quale sono ascrivibili i cortometraggi da lui realizzati precedentemente a Una vita nel mistero; però quest’ultimo appare al tirar delle somme più come un mystery, un “giallo” dell’anima che costringe protagonisti e spettatori a porsi una serie di domande più che ricercare consolatorie risposte sul grande mistero della malattia e della morte.
Ispirato ad una storia pare realmente accaduta, con prologo ed epilogo aventi come protagonista la persona realmente coinvolta nei fatti narrati dal plot, Una vita nel mistero sorprende proprio perché, tenendosi lontano dai classici cliché dei film su (e con..) la Fede cattolica, riesce  a generare un’atmosfera sottilmente malata ricreando, in chiave dichiaratamente meno orrorifica, quella contiguità tra luce e ombra che caratterizzava una pietra miliare del cinema hollywoodiano come L’esorcista (1973) di William Friedkin, autore non a caso sovente citato dal giovane Simone come punto di riferimento artistico. E, fatte le debite proporzioni anche come mezzi tecnici a disposizione, si nota anche in Una vita del mistero un ottimo controllo della messa in scena, nonché una cura particolare nei giochi di luce della fotografia ed un utilizzo assai evocativo della buona colonna sonora composta da Luca Auriemma. Una regia dunque spigliata capace di sfruttare le suggestive locations cittadine per creare una genuina tensione anche solo facendo ricorso ad eventi del tutto ordinari (le apparizioni della figura del barbone, ad esempio), inseriti però in un contesto del tutto straordinario, dove è sempre sufficientemente chiaro che l’invocazione del cosiddetto “Bene” – il miracolo tanto agognato per la guarigione della donna malata di cancro – richiama anche l’emersione di una sua precisa controparte, saggiamente tenuta molto tra le righe dalla sceneggiatura scritta da Emanuele Mattana.
Non mancano, come ovvio, i difetti, in un’opera prima come Una vita nel mistero. Alcuni passaggi narrativamente superflui e per questo motivo poco utili tendono ad allentare in alcuni momenti un pathos altrimenti costante, le recitazioni disomogenee da parte di attori il più delle volte improvvisatisi tali (anche se il livello generale tiene…) e soprattutto la pesantezza di alcuni dialoghi dal tono banale e scontato, che poco indagano sull’amore supremo e sulla sofferenza di una coppia di lungo corso costretta al timore di una separazione forzata dai destini della vita. Nonostante ciò non possiamo fare altro che spendere parole di elogio per un film che correva seriamente il rischio, proprio per l’insito e simbolico connubio tra il Sacro (Padre Pio e la ricerca del miracolo) ed il Profano (la contaminazione con il cinema di genere), di scadere nella parodia involontaria e che invece si è rivelato un piccolo/grande atto d’amore nei confronti di un tipo di cinema che in Italia purtroppo da tempo non riesce più a uscire dal sottobosco della produzione “personale”. Cosa che ci auguriamo non avvenga per Una vita nel mistero, lavoro per il quale noi di CineClandestino auspichiamo la massima visibilità possibile.

Daniele De Angelis

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