TransFatty Lives

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Auto(cine)ritratto

Di film, cortometraggi e documentari sulla malattia, in particolare sulla Sla, la Settima Arte ha riempito gli archivi a tutte le latitudini. Raccontarne il lento e inesorabile progredire sino al suo (purtroppo) inevitabile epilogo è, e continua ad essere, il motore portante di tante storie approdate nei decenni sul grande e piccolo schermo. La filmografia, in tal senso, è vastissima e può contare su un numero piuttosto vasto e variegato di titoli più o meno significativi, che non staremo qui a elencare vista la mole a disposizione, ma una cosa è certa, TransFatty Lives di Patrick O’Brien è tra i più commoventi, ironici e dissacranti mai prodotti sull’argomento. Pieno zeppo di vita, il film è a tutti gli effetti un vero e proprio “auto(cine)ritratto” che usa lo humour travolgente e straripante, intelligente, rispetto e mai offensivo, per fare breccia nei cuori e nelle menti degli spettatori di turno, in questo caso quelli intervenuti alla 20esima edizione del Milano Film Festival, dove il film, fresco vincitore del premio del pubblico all’ultima edizione del Tribeca, è stato selezionato nel concorso lungometraggi.
La pellicola firmata dal cineasta statunitense non osserva da vicino o da lontano colui che ne è affetto, ma direttamente attraverso gli occhi del protagonista, con la macchina da presa che per l’occasione si tramuta in estensione oculare e cinematografica per raccontare in prima persona l’esperienza della malattia, quella dello stesso O’Brien, aspirante filmmaker, al quale viene diagnosticata proprio la Sla. TransFatty Lives è la cronaca diaristica, appassionata e appassionante, lunga dieci anni, di una lotta senza esclusioni di colpi del regista contro la malattia che lo ha colpito precocemente all’età di trent’anni. Il film è la testimonianza di questa battaglia quotidiana contro il “mostro”, con l’autore/protagonista che azzera i ruoli e scende in campo per documentare il lento e inesorabile aggravarsi del suo stato corporeo. In questo modo cinema e vita si fondono diventando una cosa sola, partorendo un’opera che, come uno specchio, riflette sullo schermo un corpus unico e inscindibile. La sceneggiature non esiste e di conseguenza nulla è concepito a tavolino, perché è la malattia nella quotidianità a scrivere le scene che via via vanno materializzandosi sulla timeline. Il regista americano racconta e si racconta, accompagnato dalla presenza e dalla voce di amici, conoscenti, affetti, dottori e collaboratori di vecchia data, senza scendere mai nell’autocommiserazione, tantomeno nella spettacolarizzazione e nella speculazione della propria condizione invalidante. Per esorcizzare, come già accennato, sceglie una chiave ironica e con questa abbatte porte spesso inaccessibili (ospedali, cliniche e centri specializzati) per mostrare sia i momenti di serenità (la nascita del figlio) che quelli più tremendi. Quest’ultimi non vengono mai epurati o lasciati fuori campo, al contrario restituiti senza filtri e restituiti integralmente come nel caso del ricovero dopo la prima crisi respiratoria, dove senza esitazione alcuna Patrick chiede alla sorella Laura di continuare a filmare ciò che sta accadendo davanti a lei.
Al cospetto dei suddetti fotogrammi ci si potrebbe interrogare se sia giusto oppure no catturarli per poi trasferirli sul grande schermo. Nel caso di TransFatty Lives, a differenza di altre opere analoghe, l’averlo fatto diventa una vera e propria esigenza, con il dispositivo cinematografico che si fa strumento di sopravvivenza. Il girare il documentario spinge O’Brien verso la vita e non nella direzione opposta quando verrà il giorno in cui decidere davanti al bivio. Il regista/protagonista affida all’hardware il compito di redigere un memoriale destinato a rimanere nel tempo (da lasciare anche al figlio che ha voluto provare a vedere crescere anche se da un letto d’ospedale, immobile e attaccato a un respiratore), quel tempo che il destino ha deciso di sottrargli. Sta qui la grande forza dell’opera e il coraggio di colui che ha scelto di regalarcela, nonostante questa sia dolorosa e drammaticamente straziante. Ne viene fuori un documentario che accarezza e allo stesso tempo schiaffeggia le platee, capace di dispensare in egual misura sorrisi e lacrime.

Francesco Del Grosso

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