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The White Trail

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VOTO: 7,5

Neve calda su di me

Era settembre, ho conosciuto te
E tra le foglie, ridevi insieme a me
Mille ricordi e poi novembre senza te
E venne Natale e tu non eri qui
Hey, neve calda su di me
Hey, neve calda su di me
Il Balletto di Bronzo, “Neve calda”

Il più classico dei melodrammi e immagini a dir poco straordinarie girate sulla neve, per questa affascinante pellicola polacca da poco restaurata. La serata inaugurale di CiakPolska 2022 ha voluto rappresentare anche un omaggio a quella Mostra del Cinema di Venezia, della quale ricorre quest’anno un anniversario importante, essendo stata fondata nel 1932. Tutti e due i film proiettati il 27 ottobre alla Casa del Cinema possono quindi vantare un legame con la kermesse veneziana. A cominciare ovviamente dal lungometraggio che, proprio novant’anni fa, partecipò alla prima esposizione Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Diretto da Adam Krzeptowski, The White Trail è un film muto del 1932 presentato al pubblico del festival nella versione restaurata dalla Filmoteka Narodowa Instytut Audiowizualny. Il curatore della rassegna, Lorenzo Costantino, dopo aver accennato alla cronologia dei restauri ha voluto mettere in evidenza, prima che la proiezione iniziasse, il fatto che la narrazione risulti ambientata interamente nei Monti Tatra. L’importante catena montuosa posta tra Polonia e Slovacchia è già di suo un coacervo di Storia, tradizioni, racconti popolari. La piacevolezza del film di Adam Krzeptowski sta anche nel modo in cui il carattere particolarmente evocativo della zona va a fondersi con la bellezza nuda e cruda degli scenari naturali.

Un’aggraziata struttura ad anello connota la pellicola, che esordisce e infine si chiuderà con analoghe riprese di un villaggio dei Monti Tatra colto al risveglio, tra cristalli di ghiaccio che pendono dalle finestre, il palesarsi di un cagnone bianco come la neve, ed i due giovani orfani – fratello e sorella – che come ogni giorno si prendono cura dei loro animali e della fattoria che lì ospita. L’apparire in scena di altri personaggi porrà le basi di un mélo dal sapore antico, quasi primitivo, la cui ingenuità di fondo risiede anche nella scelta di attori non professionisti ma dai volti raggianti, per trasferirsi poi in passeggiate nella neve e corteggiamenti sugli sci girati peraltro magnificamente.
Se il ritorno in paese di quella bionda bellezza presto contesa dai giovanotti locali è destinato ad accendere gli animi, se nei primi piani radiosi passano le emozioni primarie del racconto, a rendere davvero notevole una pellicola come The White Trail è soprattutto lo sguardo semi-documentaristico dell’autore sui Tatra, quella sua capacità di marcare all’occorrenza con la cinepresa gli usi e costumi locali, lo splendore dell’elemento naturale, le emozioni stesse delle antiche competizioni sciistiche. Ecco, nel seguire i vari personaggi in alta montagna e nel riprendere i salti con gli sci o le arrampicate più ardite da angolazioni alquanto difficili, inusuali, il regista di questa chicca riemersa dallo scrigno sempre generoso del cinema muto rivela una modernità di linguaggio, che lascia a tratti basiti.

Stefano Coccia

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