The Scythian Lamb

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

In kaijū veritas

Crocevia di vari generi, frutto di uno script non privo di squilibri ma al contempo ricco di suggestioni, nonché di riflessioni acute e penetranti sul background sociale di ambienti e personaggi, The Scythian Lamb tra i film giapponesi presentati al 20° Far East Film Festival è senz’altro uno dei più maturi, originali e disturbanti. A riprova anche della buona vena del suo autore, Yoshida Daihaci, un regista che grazie soprattutto al film d’esordio Funuke Show Some Love, You Losers! (datato 2007 e selezionato a Udine, come anche alla Settimana della Critica del Festival di Cannes) o al più recente Pale Moon (2014), aspira già ad essere considerato di culto.
Nel contorto frullato di emozioni che The Scythian Lamb propone vi è spazio pure per una sottile citazione del kaijū eiga, il popolarissimo filone rappresentato dai film di mostri giganti. Ma qui il kaijū interpreta a lungo la parte del “convitato di pietra”. Letteralmente. Sì, perché un’atmosfera di tensione fa sì che nel villaggio costiero teatro degli eventi la gigantesca statua di Nororo, mostro leggendario partorito dal folklore locale, sembri sempre sul punto di animarsi, di travolgere col suo antico furore destini umani già corrosi dall’inquietudine. Ma forse il mostro in questione non riemergerà mai più dagli abissi in cui le vecchie tradizioni lo hanno relegato. O forse troverà un altro modo di intervenire e interferire, quasi lovecraftianamente, con le vite dei protagonisti. Fino a fondersi in un immaginario più ampio con l’agnello della Scizia evocato dal titolo, ovvero la leggendaria creatura proveniente dalle steppe dell’Asia che, secondo i miti tramandati in quell’altra cultura, non nascerebbe da un altro animale ma direttamente da una pianta.

Se quindi il mostro, il kaijū in agguato, è destinato a latitare per gran parte del film, fino a manifestarsi poi come attante in una forma e secondo modalità al di sopra di ogni sospetto, le mostruosità vere si scopriranno quasi conseguentemente nelle profondità non del mare, bensì dell’animo umano. Nell’apparentemente quieta cittadina i riflettori sono infatti puntati, pirandellianamente, su sei personaggi in cerca d’autore. Non sei personaggi qualsiasi. Piuttosto sei assassini vicini a scontare la pena, che un programma governativo di riabilitazione dei detenuti ha fatto finire lì in incognito, così da permettere loro di rifarsi una vita. Ma l’interazione con gli abitanti del posto, a partire da quel giovane e inesperto Caronte che li ha traghettati fin là, l’impiegato comunale Tsukisuhe Hajime, rivelerà incognite sempre più difficili da gestire…
La sceneggiatura messa a punto da Kagawa Masahito ha purtroppo il limite di non sviluppare adeguatamente tutti i personaggi, di procedere troppo per strappi. Ma ciò che conta è principalmente l’atmosfera. Un mood plumbeo e mutevole, che incide sul racconto facendolo evolvere dai contorni di una eccentrica black comedy alla tempistica del thriller, attraverso una escalation drammatica di tutto rispetto. Fino a quelle sorprese finali che rendono comunque l’opera di Yoshida Daihaci un oggetto filmico misterioso, seducente e inquietante.

Stefano Coccia

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