The Narrow Trail

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8.0 Awesome
  • voto 8

Il cammino verso l’onestà di un maestro del western

C’è una sequenza in The Narrow Trail, grande successo di William S. Hart risalente al 1917 e presentato domenica sera alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2019, in cui il protagonista “Ice” Harding, interpretato dallo stesso Hart, intrappolato in una San Francisco in cui non ha trovato quello che cercava, guarda dalla baia l’oceano e le barche ormeggiate al molo con gli occhi carichi di malinconia e di nostalgia per altri spazi aperti, quelli in cui ha vissuto e a cui è abituato, vale a dire le montagne della Sierra Nevada californiana. Lo sguardo di Hart è inconfondibile per gli amanti del cinema, così come lo è il suo volto dagli zigomi altri, il naso aquilino e, per l’appunto, gli occhi profondi e penetranti. In The Narrow Trail esso muta a seconda dell’ambiente che lo circonda: prima il selvaggio e familiare West in cui dare la caccia a cavalli non addomesticati e rapinare le diligenze, poi lo sfondo neutro di Saddle City, a metà tra il precedente scenario e l’immensa e caotica città di San Francisco, là dove la vicenda incontra una svolta e il baratro emotivo in cui sta soccombendo “Ice” si fa sempre più largo.
“Ice” Harding, il capobanda che terrorizza la Sierra Nevada, a cui tutti danno la caccia e che diventa ancora più leggendario non appena comincia ad accompagnarsi a “King”, selvatico cavallo pezzato che ha catturato al lazo, interpretato naturalmente da Fritz, fidato compagno di set di Hart. “Ice” e “King” si riconoscono come simili, esseri solitari con un destino comune, quello di guidare la propria mandria o banda che sia, salvo poi ritrovarsi per proprio conto una volta che il cavallo viene giudicato oramai troppo riconoscibile dai compagni di Harding a causa della peculiarità del manto e stringere un’amicizia che va al di là del mero rapporto tra padrone e animale. Animale e, di conseguenza, amicizia che assumono addirittura i caratteri dell’antropomorfizzazione quando, in una didascalia del film, “Ice” parla di “King” riferendosi al cavallo con l’aggettivo possessivo maschile “his” in luogo del neutro “its”.
Il loro isolamento viene improvvisamente interrotto dalla comparsa di Betty, il cui padre è deciso a ingannare “Ice” e a sottrargli il ranch di proprietà sfruttando l’evidente debole che l’uomo ha per sua figlia. Nonostante quest’ultima sia riluttante, si presta all’inganno, che diventa quindi duplice dato che Harding non rivela a Betty di averla già incontrata in precedenza: era infatti una delle vittime della sua rapina ad una diligenza in cui aveva celato la propria identità indossando una maschera sul volto. Entrambi a poco a poco si avvicineranno l’uno all’altro e la verità emergerà, rendendoli paradossalmente ancora più vicini e facendo loro prendere la decisione di fuggire insieme, imboccando lo “stretto sentiero” citato nel titolo che altro non è se non quello che conduce a una vita felice e finalmente onesta. Il finale è costituito proprio dalla messa in atto di questa fuga, in una serie di splendide scene in cui “Ice” vince una corsa di cavalli a Saddle City, salvo poi evitare la cattura al momento della consegna del premio in denaro, dal momento che ad inizio gara era stato riconosciuto come il delinquente ricercato dalla comunità per via di King. E la memoria di chi scrive ha effettuato un volo pindarico (o forse no?) fino ad approdare alla famosa sequenza della gara di tiro con l’arco del Robin Hood della Disney, assai affine per trama e svolgimento.
The Narrow Trail, diretto dallo stesso Hart, coadiuvato da Lambert Hillyer, fu prodotto da Thomas H. Ince, con il quale il protagonista e regista del film, in seguito a una proficua collaborazione, avrebbe cominciato ad avere numerose discussioni fino al definitivo deterioramento del loro rapporto professionale. Fu un successo al botteghino, merito, oltre che della recitazione dei suoi attori, anche di una regia attenta, che alterna campi lunghi su corse di cavalli ed inseguimenti ai consueti piani ravvicinati sul volto di Hart. Da non sottovalutare, poi, il lavoro di scrittura, effettuato sempre dall’attore tuttofare, che regala alcuni brani davvero notevoli, i quali contribuiscono in maniera significativa al clima prima tormentato e poi infine rilassato del film, come quello in cui “Ice”, in un momento di sconforto, paragona il proprio amore per Betty al sole che tramonta sulla Sierra Nevada, bellissimo e intenso, ma destinato inevitabilmente a scomparire dietro le montagne.

Marco Michielis

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