We Are Little Zombies

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Alla ricerca delle emozioni perdute

A scanso di equivoci chiariamo subito che a dispetto del titolo, l’opera della quale ci apprestiamo a occupare nulla a che fare con lo zombie-movie. Nessun legame biologico dunque con il filone specifico ed è la sinossi che accompagna We Are Little Zombies a confermarcelo ulteriormente. L’esordio alla regia dello scrittore, regista e compositore giapponese Makoto Nagahisa racconta l’incontro fortuito di quattro orfani – Hikari, Tekamura, Ishi e Ikuko – il giorno della cremazione dei loro genitori. Visto con gli occhi dei protagonisti, in un caleidoscopio di stili in cui quasi nessuna scena è girata allo stesso modo, il mondo è insensato: né speranza, né sogni, né tristezza. Una console di un videogame, un vecchio basso elettrico e un wok carbonizzato sono sufficienti per mettere in piedi una band e andare in cerca delle proprie emozioni perdute al ritmo di: ‘We’re zombies. We’re dead. We’re dying. But we’re alive. I don’t know which. So we might as well do what we want’. Un brano scritto appositamente per la pellicola in questione e destinato, per chi avrà la fortuna di ascoltarlo risuonare più volte nel corso della fruizione, a diventare un vero e proprio tormentone da canticchiare anche dopo i titoli di coda. La stessa identica cosa che è successa a noi al termine della proiezione alla 24esima edizione del Milano Film Festival, dove l’opera prima di Nagahisa è stata presentata in anteprima italiana dopo la vittoriosa première alla 69esima Berlinale (premio per il miglior film della sezione “Generation 14plus”).
Con una travolgente inventiva pop-culturale, We Are Little Zombies segue quattro ragazzini giapponesi di 13 anni e mezzo in un viaggio attraverso le loro turbolenti vite interiori. Gli zombie sono dunque loro e chi come loro non prova emozioni e attraversa l’esistenza in maniera passiva. Sentimenti azzerati anche di fronte alla morte, un po’ come accaduto alla protagonista di Ride di Valerio Mastandrea, incapace di versare anche solo una lacrima per la perdita dell’amato marito. Nel film del collega nipponico ciò assume però altri connotati, mirando al contempo a fare una critica all’ostile e indifferente Società attuale e una riflessione sull’elaborazione del lutto.
Per farlo, Nagahisa non sceglie di percorrere la via del dramma umano, preferendo a questo un tono decisamente più allegro e scanzonato, con uno humour più o meno nero perennemente sopra le righe ma mai offensivo. Il rischio di risultare irrispettoso era altissimo per via della complessità e della delicatezza del tema, tuttavia l’autore non oltrepassa mai la soglia e per questo gli va reso merito. Ma c’è bisogno anche della disponibilità del pubblico di turno a entrare in sintonia con questa scelta, qui portata avanti con un vortice inarrestabile di trovate visive in gran parte originalissime che richiamano una serie di dialettiche legate al mondo dei videogame, degli anime e del videoclip. Soluzioni che vanno a mescolarsi senza soluzione di continuità in un racconto che ha il pedale sempre pigiato sull’acceleratore. Il non decelerare mai il ritmo per 120 minuti pieni crea in tal senso una saturazione e un’overdose oculistica. Questo può per alcuni rappresentare un disturbo, mentre per altri una continua iniezione di adrenalina sparata negli occhi e nella mente per guidare lungo la delirante e folle visione.

Francesco Del Grosso

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