The Lion Woman

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7.0 Awesome
  • voto 7

Di diversità virtù

Con uno stile ben impiantato nel purismo più classico, probabilmente più consono ad un riuscito sceneggiato televisivo piuttosto che ad un’opera con ambizioni autoriali, la regista e sceneggiatrice norvegese Vibeke Idsøe ci propone un interessante apologo sul tema della diversità, andando a toccare varie corde emotive dello spettatore. Accade in The Lion Woman (in originale Løvekvinnen), lungometraggio datato 2016 ma presentato in Italia solo quest’anno, nell’ambito dell’ormai tradizionale Nordic Film Fest a Roma.
La trama, sposando spesso, nel corso della narrazione, un registro poetico-favolistico, ci porta per l’appunto in Norvegia, subito dopo la prima decade del secolo scorso. Una giovane donna, con qualche problema mentale e in stato di avanzata gravidanza, si smarrisce in una notte di gelo. Viene casualmente ritrovata, ma non sopravvive al parto. Nasce una bambina, Eva, affetta da ipertricosi, ossia sproporzionata crescita di pelo su ogni parte del corpo. L’anziano padre, il capostazione Gustav, inizialmente la disconosce, affidandole alle cura di un’altra famiglia. Poi la riporta a casa, affidando la piccola alle cure di una giovane infermiera/balia. Ma vergognandosi profondamente della sua esistenza, tanto da proibirle di essere esposta alla sguardo altrui, anche con il passare degli anni. Prima di scelte che non tarderanno ad essere compiute.
Ciò che caratterizza positivamente un lungometraggio come The Lion Woman – ovviamente il titolo ha un duplice significato, quello dell’assonanza fisica con il celebre felino ma sottolinea anche la capacità della stessa protagonista di non arrendersi alla propria condizione – è la capacità di scavo, tutta femminile, nella psicologia di una creatura dall’esistenza estremamente condizionata dapprima dalla patologia di cui si faceva cenno, quindi dal cosiddetto corpus sociale, mai in grado di accettarla veramente. Come viene spesso ribadito da molti dei personaggi del film, ogni società possiede le sue brave, ipocrite, suddivisione in categorie: i “normali” con i “normali” ed i “diversi” con i “diversi”. Molto profondi i monologhi interiori della protagonista, fotografata da The Lion Woman nelle varie fasi della sua crescita non solamente fisica. Dalla sua condizione di estrema solitudine sino all’accettazione totale di se stessa, che avverrà dopo una scelta di vita – che non anticipiamo in questa sede – assieme degradante e però formativa. Poiché, come spesso accade nella vita vissuta, il senso di quello che pare all’opposto finisce con il convivere più o meno obbligatoriamente nel background di formazione per ogni individuo. Una condivisibile lezione che Vibeke Idsøe ha il merito di ribadirci attraverso un’opera essenziale e quasi per nulla didascalica, il cui uno dei meriti principali è quello di aver saputo evitare le trappole di un facile pietismo. Ne esce dunque un ritratto femminile forse complessivamente un po’ edulcorato – gli improvvisi scatti d’ira di Eva rappresentano gli unici momenti nei quali esplode la sua negatività – rispetto ad una possibile realtà e tuttavia abbastanza sincero se lo si prende dal lato della ricostruzione di finzione.
Fattori questi che bastano ed avanzano a consigliarne recupero e visione, ben consapevoli di non trovarsi di fronte ad un altro The Elephant Man (1980) di David Lynch ma semplicemente ad un prodotto in grado di mantenere ciò che in partenza promette: intrattenimento più che decoroso e molteplici spunti di riflessione sul delicato tema, quanto mai attuale, della “paura” di quello che ci appare differente dal consueto. Perché accettare l’altro significa, per molti versi, comprendere meglio anche noi stessi.

Daniele De Angelis

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