Satira di un certo livello
In Italia c’è gente che arriva a dibattere, anche ferocemente, ponendo quale base la pretesa di stabilire se in Buen Camino (commedia gradevole ma sostanzialmente innocua) la comicità di Checco Zalone sia pungente o meno, se le sue ironie su Gaza siano legittime o fuori luogo, se vi siano tracce di satira autentica oppure no. Alimentando così soprattutto sui social media un teatrino tanto acceso quanto involuto, approssimativo, sostanzialmente sterile.
Basta però spostarsi un po’ dai nostri confini affinché la musica cambi completamente. E ad imporsi è molto spesso un approccio cinematografico più radicale, i cui intenti satirici ci sembrano andare a bersaglio in modo così arrembante, mordace, da creare irresistibili cortocircuiti logici e un vero e proprio tsunami di risate in sala. Tale è senz’altro il caso di Stealing Land (Zemljo krast), film diretto dallo sloveno Žiga Virc e proiettato al Politeama Rossetti durante l’ultima giornata del 37° Trieste Film Festival.
Inserito al pari del toccante, vibrante Wind, Talk to Me nella sezione Fuori dagli sche(r)mi (nome quanto mai azzeccato, nella circostanza), Stealing Land in appena un’ora e dieci minuti di drammaturgia indiavolata e incalzante riesce a triturare le convinzioni e i modesti orizzonti ideologici di una generazione mestamente arroccata sulle pagine dei social.
Nella brillante commedia scritta da Iza Strehar, la visita serale di due genitori un po’ snob a un’altra coppia di genitori, desiderosi di confrontarsi con loro per via di un misterioso, increscioso “incidente diplomatico” riguardante i loro figli, coinvolti entrambi ai giardinetti nell’almeno inizialmente enigmatico episodio di bullismo scaturito da un gioco, dà luogo a un’irresistibile sarabanda di equivoci, allusioni, becere diatribe politiche.
Il farsesco presupposto della vicenda è che i bimbi stessero giocando con foga ritenuta dai presenti eccessiva a “Rubare la terra”, svago che a quanto pare consiste nel tracciare linee sulla sabbia e conquistare man mano i territori degli altri. Certo, che un passatempo del genere risulti così popolare in qualche paese dell’ex Jugoslavia dà già da pensare. Il problema vero è però che alcuni dei piccoli, nel corso della partita incriminata, avevano pensato bene di ribattezzare se stessi e il proprio territorio “Stati Uniti” o persino “Palestina”, creando negli adulti non poco imbarazzo dal momento in cui, viste e considerate le tensioni attualmente presenti nel mondo, tutto ciò era quasi inevitabilmente destinato a degenerare in zuffa!
Quattro attori uno più bravo dell’altro, battute al vetriolo, risse verbali degne di Facebook, temi da talk show di infimo livello e geopolitiche impazzite rendono incredibilmente sapida una messa in scena sobria, geometrica, quasi teatrale, che intende valorizzare proprio quello script arguto, sanguigno, il cui retrogusto rimanda alle commedie transalpine più pungenti degli ultimi anni ma soprattutto a un’intelligente “traslitterazione” in chiave europea e non newyorkese, come il lettore più attento avrà già intuito, del seminale, folgorante Carnage (2011) di Roman Polański: lungometraggio tratto, non a caso, da “Il dio del massacro”, opera teatrale di una scrittrice e drammaturga, Yasmina Reza, attiva per l’appunto in Francia. Con qualche punta di livore, nel film sloveno, persino maggiore nei riguardi dell’ipocrisia e delle cattive abitudini occidentali. Il che non ci sorprende affatto, se consideriamo che da quando avvennero i parti creativi di Polański e della Reza il quadro sociale, nel quale siamo purtroppo immersi, ha avuto modo di deteriorarsi ancora di più.
Stefano Coccia









