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Sleep No More

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VOTO: 7,5

Un demone per capello

Nella cultura di Giava, l’isola in cui è nato, a Surabaya, è molto comune l’utilizzo del mononimo. Da qui il nome singolo e non quello d’arte come si potrebbe immaginare per Edwin, regista indonesiano classe 1978 molto conosciuto a livello internazionale sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori grazie ai successi e ai consensi raccolti dalle sue opere nel circuito festivaliero (vedi la vittoria del Pardo d’oro al 74° Festival di Locarno con Vengeance Is Mine, All Others Pay Cash), del quale è sempre stato sin dagli esordi un assiduo frequentatore. E non fa eccezione nemmeno la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Sleep No More (Monster Pabrik Rambut), che ha fatto tappa in anteprima italiana nel concorso della quinta edizione di Sognielettrici dopo la prestigiosa première mondiale alla Berlinale 2026.
Il titolo del dodicesimo lungometraggio di Edwin fa chiaramente riferimento alla privazione cronica del sonno, quella imposta agli operai dai ritmi aziendali estremi di una fatiscente fabbrica di parrucche nella periferia orientale di Giacarta. Qui, in un mondo che costringe gli esseri umani a lavorare oltre ogni limite e dove il sonno diventa un sacrificio necessario per sopravvivere e proteggere chi si ama, è ambientata la storia di turno.Mentre la stanchezza estrema offusca i confini tra la veglia e l’incubo, una presenza oscura inizia a manifestarsi e a possedere i corpi. A farne le spese Putri (Rachel Amanda) e Ida (Lutesha), due sorelle sconvolte dalla morte improvvisa della madre, avvenuta proprio all’interno dello stabilimento. Putri è convinta che si sia trattato di un suicidio, conseguenza della cronica privazione del sonno imposta dai ritmi disumani di lavoro. Ida, invece, sospetta una causa ben più inquietante: una possessione legata a fenomeni mistici che infestano la fabbrica. Determinata a scoprire la verità, Ida accetta un impiego nello stesso luogo, sottoponendosi a turni estenuanti giorno e notte. Con il passare del tempo, strani eventi iniziano a colpire gli operai e la realtà si fa sempre più instabile. Nel frattempo, il fratello minore Bona (Iqbaal Ramadhan), nato con la capacità di rigenerare il proprio corpo, attira l’attenzione di una figura spettrale che si aggira tra i corridoi in cerca di una nuova vittima. I tre vengono così trascinati in una spirale di orrore che mette a nudo un sistema di sfruttamento, repressione e terrore soprannaturale, dove il lavoro non consuma solo i corpi, ma apre la porta a qualcosa di molto più oscuro.
Con Sleep No More, Edwin continua a sorprendere e colpire duro lo spettatore concedendosi ancora una volta una riuscita divagazione nel cinema di genere, sconfinando nei terreni del body horror e del filone soprannaturale dei film incentrati sui luoghi maledetti e le possessioni demoniache. Generi questi, con relativi codici identificativi e stilemi caratteristici, che nella cinematografia indonesiana godono di grande salute e che nelle mani esperte del cineasta di Surabaya, che ha co-firmato lo script insieme ad Eka Kurniawan e Daishi Matsunaga, diventano uno strumento per parlare di argomentazioni rilevanti e di strettissima attualità. Dunque quello di Edwin, per chi ne conoscesse la filmografia come noi, è l’ennesimo utilizzo non fine a se stesso del genere per scopi espressamente ludici e di mero intrattenimento, bensì un veicolo per approfondire tematiche alte e socialmente importanti come il controllo dei corpi, sullo sfruttamento sistematico dei lavoratori e le conseguenze del capitalismo su di essi.
Il risultato è una via di mezzo tra una satira oscura e una fiaba nera, laddove le componenti orrorifiche e splatter vengono smorzate in termini di temperatura da venature grottesche che non sfociano mai nello humour. Nonostante le tonalità dominanti e la resa possano spingere il fruitore a pensare il contrario, l’autore mantiene per la stragrande maggioranza della timeline un registro serio, poiché dietro l’allegoria mostruosa Sleep No More contiene il germe di una tensione globale, specialmente in un’epoca in cui è sempre più netto e profondo il divario economico e sociale tra servi e padroni.
Qualche dubbio lo lascia invece la confezione, non tanto nella messa in quadro e nella regia che si avvalgono di soluzioni e di escamotage efficaci e variegati, quanto nei VFX che in più di un’occasione evidenzia dei limiti dettati probabilmente dal budget limitato a disposizione. Limiti sui quali tuttavia si è anche disposti a chiudere un occhio, pensandoli come il prodotto di un artigianato vecchia scuola che riporta la mente a quel cinema horror anni Settanta e Ottanta che ancora oggi siamo qui a celebrare e a chiamare in causa con un sorriso stampato sulle labbra.

Francesco Del Grosso

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