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Godhead

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VOTO: 7,5

L’ottavo giorno

Chi come noi ha già avuto modo di confrontarsi con il cinema di Mark H. Rapaport sia sulla breve (Andronicus) che sulla lunga distanza (Hippo) sa già a cosa andrà incontro nel momento in cui si troverà al cospetto della sua nuova fatica dietro la macchina da presa, Godhead, presentata nel concorso della quinta edizione di Sognielettrici, laddove è approdata in anteprima italiana dopo la première mondiale al Fantasia International Film Festival 2026. Senza alcun dubbio tra le voci più interessanti nella scena indipendente degli ultimi anni, il regista e produttore newyorchese con questo suo secondo lungometraggio continua il trend e porta sul grande schermo una pellicola che mescola senza soluzione di continuità i generi, sfuggendo volutamente a facili etichette e ad una precisa classificazione. Come la precedente Hippo, infatti, anche Godhead è un’opera incatalogabile che ha proprio nella natura trans-genere e indecifrabile il l’elemento di fascinazione. Ed è da qui che partiamo.
Magnetica e disturbante, Godhead è una parabola weird concepita per stare il più lontana possibile dagli schemi e spingere lo spettatore fuori da qualsiasi comfort zone. Già dal titolo è facile intuire quale sia l’oggetto e il baricentro tematico su e intorno alla quale ruota e si sviluppa il film, ossia la religione e in particolare sull’atto di credere oppure no. Il tutto senza essere ovviamente né moraleggiante tantomeno dissacrante, ma andando a riflettere e a offire uno sguardo inquietante sulla religione quando questa viene strumentalizzata e/o sfruttata, su come possiamo essere convinti/ingannati a credere in qualcosa e, in definitiva, sulle conseguenze di tale ideologia. Per farlo, Rapaport segue le vicende di due gemelli eccentrici che si autoproclamano profeti, trascinando un prete nel loro mondo sempre più spaventoso, mentre i confini tra fede, delirio e fanatismo iniziano a confondersi. Naturalmente, il prete è riluttante a credere che questi due siano davvero profeti inviati da Dio per compiere la loro missione, ma quando riescono a realizzare qualcosa di assolutamente inspiegabile, l’uomo di chiesa decide di ascoltarli, per capire se crede nella loro missione o se sta solo cercando di tutelarsi. Da quel momento si innesca una reazione a catena fatta da continui colpi di scena che non accennano a diminuire, complicando ulteriormente le cose e portando a conseguenze estreme.
Il regista statunitense sferra una sequela di pugni ben assestati alla bocca dello stomaco con un film che non può lasciare indifferenti. Godhead utilizza i codici e gli stilemi dei diversi generi chiamati in causa, compresi quelli dell’horror, del noir e della fantastico, per parlare di tematiche scomode e dal peso specifico rilevante. Il coraggio in tal senso non manca e non è mai mancato a Rapaport. E per rendere ancora più performante, ficcante e incisivo il discorso, l’autore sfoggia una messa in quadro impattante e al contempo funzionale, che al bianco e nero accompagna delle soluzioni visive efficaci come ad esempio l’utilizzo coerente e ricorrente di inquadrature geometriche e spesso decentrate, costruite mediante focali spinte e grandangolari al fine di distorcere la realtà. Altrettanto efficaci sono le interpretazioni di Sarah Coffey, Al Warren e Kimball Farley, che contribuiscono e non poco a rendere i conflitti fisici e verbali, tanto nella chiesa quanto all’interno dell’abitacolo del carro funebre, ancora più forti.

Francesco Del Grosso

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