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Shifting Baselines

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VOTO: 8

Non vogliamo mica la Luna, ma Marte

Ad oggi, sono 34 gli spazioporti ufficiali nel mondo, di cui 6 destinati al volo umano nello spazio, e molti altri sono in costruzione su tutto il pianeta, in particolare grazie alla nuova “corsa allo spazio” delle grandi aziende aerospaziali statunitensi. Julien Elie, nel suo nuovo documentario Shifting Baselines, presentato in concorso alla 28esima edizione di CinemAmbiente dopo l’anteprima a Visions du Réel 2025, ci porta proprio alla scoperta di uno di questi in quel del Texas, laddove il Rio Grande incontra il mare e le dune richiamano rari uccelli marini e i pochi esemplari di ocelot selvatici rimasti sorge il Boca Chica Village, un sito divenuto chiave nel programma spaziale a stelle e strisce, pubblico (NASA) e privato (SpaceX).
Quello del regista canadese, del quale ricordiamo come è giusto che sia le pluripremiate e meritevoli di attenzioni opere Soleils Noirs o La Garde blanche, è come i precedenti un efficace lavoro immersivo, con e attraverso il quale firma al contempo un reportage d’inchiesta sul campo e una sorta di studio antropologico. Da una parte Shifting Baselines mostra, dice la sua e riflette sull’ambizione tecnologica, il turismo spaziale e l’utopistico progetto di colonizzazione che fa della galassia un terreno di conquista, ma sopratutto sull’impatto devastante che tutto ciò provoca in quanto effetto diretto e non collaterale a madre natura, contribuendo all’inarrestabile degrado ambientale della zona. Mentre il suono delle onde di quella che è stata e continua ad essere una riserva naturale sembra scandirne il ritmo vitale, il suo paesaggio è al centro più che mai di cambiamenti irreversibili. In nome dell’esplorazione dell’ultima frontiera, le spiagge pubbliche vicine a dove sorge la struttura sono ora chiuse, le paludi prosciugate, la fauna e la flora irrevocabilmente alterate. Da qui la denuncia e il messaggio ecologica alla base dell’opera. Dall’altra c’è un approccio e un’analisi antropologica che ha portato l’autore ad avvicinare e incontrare gente, quella poca rimasta, che nella zona ci vive e ci lavora, oppure ci transita per interesse o semplice curiosità. Ne viene fuori un ritratto corale che ci porta al seguito di quotidiane carovane di turisti venuti in pullman da ogni parte dell’America e del mondo per assistere a collaudi e lanci di missili dalla stazione spaziale, gente di passaggio come il vecchio hippy in moto o residenti come una coppia di anziani in pensione o addirittura un pastore.
Il titolo che è esso stesso una lettera d’intenti e un calzante biglietto da visita, riassume alla perfezione quelle che sono le motivazioni, le intenzioni e i contenuti del lungometraggio di Julien Elie, che in tal senso per dinamiche, potenza delle immagini, ambientazione e approccio ci ha riportato a Baikonur, Terra di Andrea Sorini. Shifting Baselines si riferisce a quella particolare condizione per cui ogni generazione, non avendo il riferimento di come fosse in passato, accetta come “normale” e con maggior tolleranza il degrado dell’ambiente in cui vive. Ed è quanto la cinepresa e i microfoni del regista canadese hanno saputo efficacemente catturare e restituire attraverso suggestive inquadrature in bianco e nero, suoni tridimensionali e parole. Il risultato è un’esperienza visiva e umana che lascia il segno, anche grazie alle musiche e alle sonorità elettroniche di Mimi Allard. A pesare un po’ sulla scorrevolezza della fruizione è la durata che va oltre le reali esigenze narrative, ma ciò non pregiudica o mette in discussione i meriti del film.

Francesco Del Grosso

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