Schegge di Ottanta: Young Guns

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il giovane West

Nella nostra decade di riferimento il genere americano per eccellenza, cioè il western, ha già imboccato il definitivo viale del tramonto. Un certo Sam Peckinpah ne aveva suggellato la fine, narrando a suo modo le azioni di antieroi in un mondo di rara spietatezza. Polverizzando quindi la sua base vitale, un’epicità tanto eroica quanto, in fondo, romantica. Sopravvivono al crepuscolo isolati exploit di autori di forte personalità. Tipo Il cavaliere pallido (1985) di Clint Eastwood, il quale sette anni dopo poserà la propria personale pietra tombale sul genere che gli ha dato notorietà con il capolavoro Gli Spietati. Oppure l’autoreferenziale, ipercitazionista ed enciclopedico Silverado, girato da Lawrence Kasdan sempre nel 1985, dopo aver inanellato due grandi successi come il neo-noir Brivido caldo (1981) e soprattutto Il cult generazionale Il grande freddo (1983). Tuttavia gli Anni Ottanta sono anche il decennio che delimita con chiarezza i contorni del teen-movie moderno, così come lo conosciamo ora. Con un manipolo di giovani attori divenuti, quasi d’improvviso, divi acclamati dalle generazioni di nuova estrazione. Si comprendono meglio, allora, le motivazioni di fondo che hanno portato alla realizzazione, nel 1988, di Young Guns, ipotetico terzo vertice dell’ideale triangolo dei western degni di nota per l’appunto realizzati nel fatidico lasso di tempo preso in esame. Lungometraggio che, nemmeno troppo a sorpresa, ottenne al botteghino statunitense un risultato decisamente migliore di quello degli altri due, ben più illustri, concorrenti.
Una ricetta semplice, e forse proprio per questo vincente. Rendere il western terreno fertile per un tradizionale coming of age, prendendo liberamente spunto dalla parabola esistenziale di William H. Bonney, meglio conosciuto con il soprannome di Billy The Kid. Il quale, in Young Guns, è ritratto come un ragazzo scapestrato ma desideroso di porsi nella parte giusta, divenuto giocoforza fuorilegge per desiderio (condivisibile, a guardare la trama) di vendetta. Billy ha il volto di Emilio Estevez, all’epoca sulla cresta dell’onda nonché leader storico del Brat Pack, gruppo attoriale idolatrato dalle folle adolescenziali. Ruolo che ricopre, con raffinata scelta di casting, anche nella diegesi del film, divenendo capobanda delle “giovani pistole” menzionate nel titolo originale. Ad Estevez vengono affiancati altre star generazionali come il fratello Charlie Sheen, l’altro figlio d’arte Kiefer Sutherland, il Lou Diamond Phillips appena esploso con La Bamba (1987), Dermot Mulroney e Casey Siemaszko. Tutti nomi ben conosciuti nei film giovanilistici del periodo. A fare da chioccia nel cast adulto grandi attori come Terence Stamp e Jack Palance, quest’ultimo impeccabile nel ruolo del villain di turno. Mentre dietro la macchina da presa si posiziona Christopher Cain, carneade pronto a ripiombare nel limbo della mediocrità dopo aver diretto il classico film della carriera. Eppure tutto funziona bene, in Young Guns. In primo luogo la descrizione di una società inevitabilmente fondata sulla legge del più forte, sulla quale va ad infrangersi inevitabilmente l’utopia di John Tunstall (interpretato da Terence Stamp), desideroso di creare una sorta di “scuola di vita” per giovani sbandati. Dalla sua morte nasce l’occhio per occhio che porterà ad una spirale di vendette incrociate culminanti nell’assedio finale al gruppo dei protagonisti, ormai ricercati vivi o morti in ogni stato americano e perciò in costante fuga. Una lunga sequenza in cui Cain riesce, un po’ incredibilmente, nel duplice obiettivo di omaggiare da un punto di vista formale il cinema del già menzionato nume di riferimento Sam Peckinpah – attraverso un coinvolgente uso del ralenti – nonché a catturare l’empatia di un pubblico naturalmente proteso a prendere le parti di coloro i quali, anche con mezzi sbagliati, hanno preteso di riparare ad una evidente ingiustizia.
Con Young Guns il western americano, grazie ad un’abile operazione commerciale intrisa di calcolo ma anche verosimiglianza estrema, cancella momentaneamente le rughe, ritrova parte della propria innocenza e lancia l’indicazione per un via futura che non sarà però raccolta. Restando così un unicum piacevolmente imperfetto nella filmografia del genere.

Daniele De Angelis

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