Oblomok Imperii

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9.0 Awesome
  • voto 9

Ermler, la miseria della Storia e la fiducia nell’Unione Sovietica

L’ex sottoufficiale Filimonov s’aggira per le strade di Leningrado, dieci anni dopo la fine della Grande Guerra. È una città che non riconosce più come la sua e ne ha ben donde. Egli, infatti, ha da poco recuperato la memoria, memoria che aveva perso al termine del conflitto mondiale come effetto dello shock post traumatico. Leningrado un tempo era San Pietroburgo, ma la Russia ora si è trasformata nell’Unione Sovietica. Il passaggio storico si riflette anche nello stile architettonico costruttivista degli edifici sorti in quegli anni. Filimonov sale sul tram, percorre con gli occhi e con i piedi le strade di Leningrado, cerca di aggrapparsi ai pochi punti di riferimento che ancora possiede, ma è frastornato da tutte quelle novità e in particolare da una di esse, la più grande ed incomprensibile. Gira voce che “i padroni” non esistano più, che siano stati tutti cacciati via, che il concetto stesso relativo a quel termine si sia dissolto nel nulla e appartenga oramai solamente al passato. “Dov’è il padrone? Dov’è? Chi è?” grida smarrito Filimonov agli operai della fabbrica dove è tornato a lavorare, non riuscendo a comprendere che cosa sia questo Comitato di cui tutti parlano, inventandosi un presunto “Signor Fabcom” che, nella sua testa, dovrebbe essere colui che sta a capo di ogni operazione all’interno dello stabile, fraintendendo quello che per lui è un mondo nuovo, il mondo dei Soviet.
«È un film non facile, un film che costituisce una sfida per lo spettatore». Così, alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2019, Peter Bagrov, membro del team che ha restaurato la pellicola, ha definito Oblomok Imperii (Frammento di un impero), lungometraggio del 1929 ad opera del cineasta sovietico Fridrikh Ermler, dopo aver argutamente fatto notare, all’inizio della sua presentazione, come «chi introduce un qualsiasi film dicendo che è interessante dovrebbe essere considerato inadatto a parlare in pubblico». La storia di Filimonov, interpretato da un Fiodor Nikitin in stato di grazia, costituisce l’occasione per Ermler, fervente comunista, di guardare all’URSS in maniera schietta, diretta e priva di fronzoli, in un film che potrebbe essere ritenuto propagandistico solamente da chi s’approcciasse alla sua visione con le classiche fette di prosciutto adagiate sopra gli occhi. Vi si ritrovano, infatti, i benefici dell’uguaglianza tra i lavoratori, che portano il sottoufficiale ad essere (ri)accolto in una comunità rinnovata e solidale, sottolineati da scene quali quella della ilare doccia di gruppo degli uomini della fabbrica, i diritti e le garanzie accordati agli operai, ma anche l’ipocrisia degli operatori culturali, come il marito di quella che un tempo fu la moglie di Filimonov: costui in pubblico predica l’importanza e la preziosità del ruolo della donna nella società sovietica, mentre nel privato sottopone la consorte a continue critiche, rimproveri e veri e propri soprusi. Tutto questo, nell’ottica di Ermler, rappresenta uno strumento per confermare quanto c’è di buono e quanto funziona opportunamente nell’URSS e, al tempo stesso, indicare come e dove sia necessario correggere e rinnovare ciò che invece vi è ancora d’arretrato e non consono a un modello di società che si vuole affermare come rivoluzionario e definitivo agli occhi dell’umanità.
Il restauro di Oblomok Imperii, a cura dell’EYE Film Museum Institute di Amsterdam (sul cui profilo YouTube è possibile trovare diverse testimonianze del lavoro effettuato), del Gosfilmofond russo e del San Francisco Silent Film Festival, porta in dote non solo una più curata ma anche una maggiormente completa versione del capolavoro sovietico. Ci si può considerare al 98% dell’operazione filologica teoricamente possibile, come dichiarato dallo stesso Bagrov, e questo restauro restituisce finalmente ai cinefili e agli appassionati di tutto il pianeta le celebri inquadrature del Cristo in croce con una maschera antigas sul viso.
Il film è facilmente suddivisibile in due parti di diseguale lunghezza, con la vicenda anch’essa divisa in due dall’improvviso e vertiginoso recupero della memoria di Filimonov (sia in termini di contenuti che di montaggio, quest’ultimo velocissimo e visionario, uno dei più fulgidi esempi della perizia e della maestria della scuola sovietica). I primi minuti di Oblomok Imperii lasciano sbalorditi per l’oscurità dei fotogrammi, illuminati solo dalla luce dei fari che s’aggira furtiva per l’avamposto militare dove tutto ha inizio, e veemente è l’impatto con la brutalità e la ferinità della realtà della guerra, tra cadaveri abbandonati al gelo dell’inverno a cui vengono tolti gli stivali e soldati allo stremo costretti per sopravvivere a succhiare il latte dalle mammelle di una cagna intenta ad allattare i propri cuccioli. L’uomo gettato in pasto al primo conflitto mondiale e alle sue infinite miserie diventa figura Christi ed Ermler, nella sequenza già citata di Filimonov che torna d’un tratto a ricordare quanto gli accadde, dimostra quanta influenza esercitò sulla sua visione e sulla sua creatività il pensiero di Freud, fra segni e simboli che ricorrono e s’inseguono nei diversi momenti descritti sullo schermo.
Le didascalie che mutano caratteri e spaziature man mano che il discorso si carica d’enfasi sono un’altra delle caratteristiche fondanti della pellicola che il restauro ha il merito di restituirci. Oblomok Imperii, in definitiva, si serve dell’occhio vergine di un sottoufficiale improvvisamente riavutosi dal trauma per indagare, perlustrare e definire il perimetro e le caratteristiche della società sovietica in maniera sì realistica ma mai meramente documentaristica. Filimonov è, infatti, prima di tutto un uomo con una propria coscienza e una propria sensibilità (ed è delizioso il modo in cui Ermler accarezza questa sensibilità, riprendendolo mentre osserva rapito, dopo anni di assenza e passività mentale, le gambe di alcune donne sul tram, con uno sguardo che nella poesia e leggerezza del momento è già quasi quello di un Truffaut) che, in ultimo, saggiate le potenzialità e le debolezze del modello comunista sovietico, si rivolgerà alla macchina da presa dicendo “C’è ancora molto da lavorare, compagni”.

Marco Michielis

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