Le Mans ’66 – La grande sfida: interviste

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La presentazione di un’opera squisitamente old-style

Al termine della proiezione in anteprima esclusiva, la sala Gianmaria Volonté della Casa del Cinema di Roma ha accolto il direttore di macchina della pellicola James Mangold. Il regista e sceneggiatore newyorkese, si presenta di fronte ai giornalisti italiani, tra cui anche noi, per rispondere alle domande e alle curiosità assemblatesi intorno al suo nuovo lavoro. Eccovi un resoconto dell’incontro tra noi, il regista e uno degli interpreti; vale a dire Remo Girone che ha ridato vita a Enzo Ferrari

D: Da dove arriva la voglia di raccontare la storia di Le Mans 66? Come mai ha scelto proprio quell’evento sul quale focalizzarsi?
James Mangold: In effetti io non sono mai stato un appassionato di sport motoristici, e questo è risaputo. Quando mi è stato proposto di raccontare questa storia ho cercato di notarne solo il potenziale cinematografico; e devo dire di averne notato moltissimo. A quel punto non ho potuto fare a meno di dirigere questo film. Senza ombra di dubbio posso dire che è la prima volta che dirigo un film di questo genere, che abbia a che fare con corse automobilistiche, e posso anche dire che è stato sicuramente il film più difficile e complicato da girare, montare e assemblare. Tuttavia mi ritengo molto soddisfatto del mio lavoro.

D: Lei ha avuto nel cast la possibilità di avere due grandi superstar hollywoodiane come Christian Bale e Matt Damon, com’è stato lavorare con questi due straordinari attori? (nostra domanda)
J.M.: All’inizio ammetto di essermi trovato un po’ in difficoltà. Pensavo tra me e me “wow, stai girando un film con due vincitori del Premio Oscar, è fantastico!”; col passare del tempo però le cose sul set sono cambiate. Gran parte di questo cambiamento è dovuto al fatto che sul set è venuto a crearsi col tempo uno spirito che andava oltre la semplice collaborazione ma che diventava sempre più di amicizia. E’ strano dirlo, ma oltre a essere il loro regista, quindi fare quasi da padre a entrambi sul set, ad un certo punto sono stati loro che hanno aiutato me. La loro performance è stata fantastica sul set e ci divertivamo molto anche tra un ciak e l’altro. Matt e Christian poi già si conoscevano da tempo; per loro ritrovarsi sul set è stato come una rimpatriata tra due fratelli che si vogliono un bene dell’anima.

D: Lei si è assunto un grande rischio con questo film. Dico questo perché spesso i film che hanno avuto a che fare con le corse automobilistiche spesso sono dei veri e propri flop. Tuttavia lei è riuscito a costruire un film molto innovativo e piuttosto godibile; quanto avete lavorato sulla sceneggiatura affinché questo film riuscisse così bene?
J.M: [risponde in italiano]Grazie! [torna a parlare inglese]E’ stato un lavoro piuttosto difficile ma devo dire che in fondo siamo riusciti a trovare una storia che potesse girare intorno a questa storia realmente accaduta. Ho lavorato molto con il team di sceneggiatori composta da Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller, e con loro sono stato molto specifico su dove volevo che la storia andasse a parare. Quando si racconta una storia vera è sempre difficile raccontare il tutto esattamente com’è stato, questo perché la mole di informazioni che circolava intorno a quell’evento e a tutto ciò che è successo prima, durante e dopo che accadesse, era immensa e ci avrebbe portato a fare un film di una durata esagerata. Abbiamo quindi cercato di inserire solo i tratti più interessanti della storia, che coinvolgevano i due protagonisti ma anche gli altri personaggi e abbiamo costruito comunque una storia credibile e piuttosto veritiera. Ogni cosa che voi avete visto nel corso della proiezione è successa, persino il minimo particolare.

D: Ho trovato che ci sono almeno due scene di forte impatto: una è la scena del tramonto in cui il personaggio di Christian Bale appare con il proprio figlio mentre guardano il Sole calare, e la seconda è la scena in Enzo Ferrari rigetta la proposta della Ford, volevo chiedere come avete costruito queste scene?
J. M.: Lascio rispondere prima Remo sulla scena di Ferrari
Remo Girone: Mah, diciamo che è stata una scena di forte impatto emotivo e tra l’altro è l’unica scena in cui non recito in lingua italiana. Posso solo dirvi che essere faccia a faccia con Jon (Bernthal) è stato molto emozionante. In quel preciso momento però ho potuto solo immaginare cosa avesse potuto provare Enzo Ferrari quando gli hanno detto che la sua società sarebbe stata accorpata alla Ford, mi sono documentato e alla fine ho recitato al meglio delle mie possibilità.
J. M.: Sulla scena con Christian Bale e Noah Jupe è molto semplice la risposta. Alcuni famigliari di Ken Miles (il personaggio interpretato da Bale) mi hanno accennato che tra lui e il figlio c’era un legame molto forte e, molto spesso, Miles portava il figlio con sé a vedere il tramonto. Era un momento padre e figlio in cui i due spesso parlavano e passavano del tempo insieme. Abbiamo voluto inserire questa scena così che il pubblico si affezionasse ancora di più al personaggio di Ken Miles/Christian Bale

D: Parlando sempre del giovane Noah Jupe, lei ha già avuto modo di lanciare un’attrice giovanissima e molto capace (Dafne Keen in Logan); come si trova a lavorare coi giovanissimi?
J.M.: Io sono molto abituato a lavorare sul set con dei giovanissimi. I ragazzini spesso non solo sono lì per imparare, ma anche noi impariamo molto da loro. Sono felicissimo per quello che Dafne sta facendo e posso dire con certezza che se non ci fosse stata lei con il suo personaggio, Logan difficilmente avrebbe avuto quel successo che ha avuto. Noi abbiamo voluto umanizzare il personaggio aggiungendo questa figlia misteriosa e Dafne si è comportata benissimo sul set. Ascoltava i miei consigli e quelli di Hugh (Jackman) con grande attenzione. Noah ha fatto esattamente la stessa cosa ed è stato un piacere immenso lavorare con lui. Quello che potrà succedergli in futuro francamente non lo so. Posso solo augurargli il meglio e sperare che questo film possa essere per lui un trampolino di lancio.

D: Ultima domanda: quanto è stato difficile e complicato il processo di montaggio del film?
J.M.: Oh… wow! Bella domanda. In effetti è stato un lavoro molto duro e meticoloso. Il processo di post produzione è stato molto lungo perché volevamo creare degli effetti che non fossero troppo esagerati, per non snaturare la realtà di questo film. Ovviamente le scene più difficili sono state proprio quelle durante gli attimi in cui le macchine viaggiavano a velocità spaventosa. Ma alla fine siamo riusciti a sistemare tutte le cose al posto giusto e ad ultimare il film in tempo per presentarlo al Toronto Film Festival.

Al termine della conferenza stampa, abbiamo la fortuna di strappare dichiarazioni private all’interprete di Enzo Ferrari, Remo Girone.

D: Remo, lei ha avuto la fortuna di riportare in vita sullo schermo un personaggio come Enzo Ferrari, come si è approcciato a questo personaggio?
Remo Girone: Mi sono documentato molto su Internet. Sai oggi è molto più facile documentarsi su una determinata personalità esistita che ha avuto un ruolo determinante nella società. Sono andato a leggere diversi articoli e saggi su Enzo Ferrari, cercando di capire che tipo di persona fosse e come si muoveva. Ho visionato anche diversi filmati su Internet che lo ritraevano durante interviste, conferenze o semplicemente nella vita mondana. A quel punto ho memorizzato come egli si muoveva, come egli parlava e ho riportato tutto sul set durante le riprese.

D: Nel film lei non ha scene né con Christian Bale, né con Matt Damon, però lei sul set li ha conosciuti? Che tipi sono?
R. G.: Li ho trovati due persone straordinarie. Quello che dici tu è vero, io nel film ho solo una scena con Jon Bernthal per quanto riguarda il cast americano, il resto degli attori con cui sono stati sul set erano italiani o italo-americani, perciò comunicavo normalissimamente sul set. Bale e Damon però ho avuto la fortuna di vederli lavorare e sono veramente maestosi. Durante il periodo sul set avevamo le roulotte confinanti e tutte vicine, perciò al termine della giornata ci si incontrava sempre. Ci ho parlato spesso ed è stato veramente incredibile. Mi hanno detto di essere entrambi appassionati del cinema italiano del passato e le nostre conversazioni andavano spesso a parare sui film che hanno fatto la storia del nostro paese. Poi c’era anche Jon comunque e anche con lui ho condiviso molto, ma la cosa che più mi ha impressionato è una sola…

Prego…
R.G.: E’ un attore che si è formato col pugilato e ha scelto la via della recitazione dopo aver militato in federazioni di pugilato. Si nota molto come il fisico sia molto sviluppato e quando ho avuto la scena con lui faccia a faccia ammetto di aver avuto un po’ di timore. Lui però mi ha messo a mio agio e mi ha aiutato molto sul set. Io, prima di iniziare le riprese ho avuto modo di vederlo su Netflix in The Punisher e sapevo che era un bravissimo attore.

D: Per lei non è la prima esperienza estera, vero?
R.G.: No assolutamente. In realtà ho lavorato molto all’estero e con molti registi stranieri. Se però dovessi scegliere quali siano state le esperienze più emozionanti per la mia carriera, non posso non citare il periodo in cui ero sul set di Heaven diretto da un regista fantastico come Tom Tykwer. Ho avuto anche modo di lavorare con Ben Affleck che mi ha diretto in La legge della notte. La mia fortuna nasce dal successo commerciale che avuto all’estero la serie italiana La Piovra. Sono stato contattato spesso da direttori di casting americani ed ho provato anche a cercare un’agenzia per immettermi nel mercato cinematografico americano, ma alla fine ho avuto lo stesso la possibilità di lavorare all’estero pur senza un vero e proprio agente.

D: Ha altri progetti per il futuro?
R. G.: Per il momento proseguirò il tour di presentazione di Le Mans 66 con Mangold, siamo stati anche a Toronto insieme e forse torneremo negli States per altri eventi con la stampa americana. Per quanto riguarda il futuro per il momento non ho nulla in cantiere, ma tutto può cambiare da un momento all’altro. E’ questo il bello del nostro mestiere.

Stefano Berardo

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