Mohican Comes Home

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Generazioni

Nel corso degli anni il pubblico di Udine si è affezionato sempre di più alla poetica di Shuichi Okita, questo cineasta giapponese abituato a portare sullo schermo storie in cui abbondano i personaggi bizzarri, curiosi, ma che al contempo non cadono mai nell’esteriorità o nell’eccentricità fine a se stessa, regalando invece sentimenti autentici. Tra i film che lo hanno imposto alla ribalta, ricevendo più consensi e anche qualche premio, ci sono  The Woodsman and the Rain del 2011 e Ecotherapy Getaway Holiday, datato invece 2014. Il 18° Far East Film Festival ha portato, però, a una consacrazione ancora più vistosa, per quanto concerne il feeling stabilitosi con l’attenta platea della kermesse friulana, considerando che in un colpo solo sono arrivati, per Shuichi Okita,  la vittoria del Black Dragon Award e il terzo posto nella classifica dell’Audience Award. La così calorosa accoglienza riservata a Mohican Comes Home è anche merito, in parte, del carisma di un interprete come Ryûhei Matsuda, protagonista del film e presente anche lui, assieme al regista, in quel di Udine. Al di là di questo vi è però una sensibilità nel tratteggiare racconti che parlano di contrasti generazionali, senza cadere nel più bieco sentimentalismo e senza per questo risultare freddi, distanti, che si spinge ben oltre, attraverso l’inserimento di personaggi memorabili in contesti che, anche quando possono apparire marginali, dicono molto del Giappone di oggi.

Quel rapporto dialettico così complesso, problematico, che caratterizza ad esempio la distanza tra lo stile di vita della grande metropoli e quello di realtà più piccole, nell’arcipelago giapponese, esce fuori con grande naturalezza in Mohican Comes Home. La stravaganza dei personaggi e delle situazioni è pure qui possibile punto di contatto. Il bel Ryûhei Matsuda (possiamo qui ricordare, tra i tanti titoli di valore della sua importante carriera, Tabù – Gohatto di Nagisa Ôshima, Izo di Takashi Miike, Blue Spring di Toshiaki Toyoda e  Nightmare Detective di Shinya Tsukamoto) si diverte a impersonare lo svampito Eikichi, frontman corredato di cresta colorata della punk/rock band con cui sta tentando ostinatamente di avere successo a Tokyo. Ma il successo tarda ad arrivare. E arriva invece il momento di tornare, con fidanzata incinta al seguito (pure lei un tipetto alquanto svagato, efficacissima Atsuko Maeda nell’interpretarla), nella tranquilla isoletta situata nel Mare Interno del Giappone, di cui è originaria la sua famiglia e dove ad attenderlo c’è quel padre burbero, collerico, per quanto all’occorrenza generoso e sentimentale, che ha il volto riconoscibilissimo di Akira Emoto, altro veterano del cinema giapponese.

Assai presto, però, si scopre che il papà di Eikichi ha sviluppato una malattia, che in breve tempo non gli lascerà scampo. I forti contrasti tra i due assumono allora un sapore diverso. La grande bravura di Shuichi Okita consiste principalmente nel non scadere mai in un facile pietismo, nel non ricorrere a toni mielosi e posticci per far emergere l’umanità così ricca dei personaggi. Al contrario, sono i tratti un po’ naif dei siparietti umoristici nei quali i diversi protagonisti del racconto, compresa la giovanissima banda musicale che l’energico papà, pure da malato, si sforza di dirigere, a divertire e appassionare sinceramente lo spettatore. E mentre la storia si dipana con vivacità fino alla fine, dettagli relativi alla cultura pop giapponese (compreso il riferimento a un cantante vero, molto seguito negli anni Settanta) vanno ad incastrarsi perfettamente nella trama, regalandole ulteriore autenticità.

Stefano Coccia

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