Michael Inside

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7.0 Awesome
  • voto 7

Circolo vizioso

Come sempre l’Irish Film Festa, giunto quest’anno alla dodicesima edizione, non lesina profondi sguardi sociali verso la classe meno abbiente irlandese. L’equazione tra sobborghi e strade che conducono alla criminalità è, per l’occasione, perfettamente esemplificata da Michael Inside, lungometraggio diretto da Frank Barry – all’opera seconda sulla lunga distanza – con chiari intenti realistici che non possono non ricordare, almeno in parte, il Ken Loach prima maniera, quello, per intendersi, di Piovono pietre (1993). Depurato però dell’afflato compassionevole che caratterizzava quella specifica opera dell’autore inglese assieme, ovviamente, a molte altre.
Michael McCrea è un ragazzo appena entrato nella maggiore età. Vive nella periferia dublinese con il nonno. La madre è morta quando era piccolo a causa di un overdose mentre il padre si trova in prigione per non specificati motivi. Non sarà l’unico dettaglio volutamente omesso dalla sceneggiatura, opera dello stesso regista, assai più interessata alle dinamiche psicologiche e ambientali che non ad improvvisate escursioni in un genere particolare. Michael accetta comunque di detenere, per fare un favore ad un amico, un ingente quantitativo di cocaina. Mal gliene incoglie, poiché la polizia esegue un’irruzione a casa sua e del nonno – altro fatto che non trova riscontro nella trama, cioè le motivazioni del sospetto nei confronti del giovane da parte delle forze dell’ordine – recuperando la droga. Inizia così, per il ragazzo, un’esperienza carceraria che ne segnerà indelebilmente la personalità.
Come molti altri film incentrati sulla medesima tematica, anche Michael Inside rappresenta un implicito atto d’accusa teso a cercare colpevoli non così scontati da individuare. Tra questi c’è certamente l’istituzione carceraria, eletta a simbolo della società intera, descritta nel film come una sorta di bolgia dantesca dalla quale non solo è praticamente impossibile essere riabilitati ma anzi ci si adegua alla bestiale legge del taglione, quella che prevede reazione ancor più abnorme ad azione violenta. Ma Frank Barry ha anche l’abilità di suggerire altre soluzioni, tirando in ballo il libero arbitrio individuale nonostante le cosiddette regole non scritte del branco difficilmente ne consentano il ricorso. Il semi-adolescente Michael viene così risucchiato in un’autentica spirale di violenza, che pone davanti a lui due possibili vie d’uscita: evadere (metaforicamente) da essa in qualsiasi modo oppure affermare la propria personalità in quel determinato ambito. Ad eccezione di un finale un po’ troppo dimostrativo della tesi di fondo che perora Michael Inside – quale essa sia la lasciamo al piacere della visione da parte dello spettatore – c’è comunque da ribadire la buona organicità con cui è costruito il film, a partire da una regia che opera scelte desuete e affatto banali come quella di stringere spesso sui primi piani dei vari personaggi, ricorrendo alla voce fuori campo dell’interlocutore spesso percepita come entità estranea dal fruitore. Un modus operandi formale che accentua quella sensazione di soffocamento tipica di un’opera che vuole entrare sottopelle di coloro che la osservano creando una sensazione di palpabile disagio nei confronti di una situazione priva di facili sbocchi. A maggior ragione per un giovane non ancora formato come il personaggio principale, ben interpretato da Dafhyd Flynn.
Al tirar delle somme Michael Inside risulta dunque essere una commistione ben equilibrata tra coming of age privo di luce e fosco dramma carcerario, nel quale ambito la divisione tra giusto e sbagliato, scelte morali ed il loro opposto, non è così facile come un qualsiasi assunto teorico prevederebbe. Anche perché la vita vissuta, spesso, ci racconta di ben altre difficoltà nella scelta.

Daniele De Angelis

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