Oltre Yangon
Non c’è pace per il Myanmar. Dopo il decennio 2011-2021, dove sembrava che il paese del sudest asiatico avesse finalmente imboccato la strada di una pur timida democrazia con libere elezioni, e avesse finalmente lasciato alle spalle il dispotico regime della giunta militare, il colpo di stato del 1 febbraio del 2021 ha rimescolato ancora tutto, togliendo ogni illusione. Il vecchio potere è stato così restaurato, rimettendo agli arresti Aung San Suu Kyi, trionfatrice ai seggi. Si tratta del terzo colpo di stato nel martoriato paese, dopo quelli del 1962 e del 1988. Il cinema si è più volte occupato del paese birmano, teatro di abominio dei diritti umani. Tanti film ne hanno denunciato il sistema dispotico, come: Oltre Rangoon di John Boorman o The Lady di Luc Besson. Si tratta comunque pur sempre di visioni dal di fuori. Una visione interna, forse la prima, è MA – Cry of Silence, di The Maw Naing alla sua terza regia, una grossa co-produzione, dove figurano Corea del Sud, Singapore, Francia, Norvegia, Qatar, che ha permesso al regista birmano e alla sua crew di girare il film, ovviamente in esilio. Film che è stato ora presentato nel Concorso Lungometraggi ‘Finestre sul Mondo’ del 34° Festival Cinema Africano Asia America Latina.
Il film inserisce una narrazione di finzione all’interno di un contesto documentato certificato da inserti di riprese reali, da cellulari a bassa definizione, o visioni dall’alto di droni. L’esercito sta devastando, incendiando, mettendo a ferro e fuoco tanti villaggi rurali, costringendo così la popolazione a trasferirsi in città. Tra questi il personaggio finzionale di Mi-Thet, che va a vivere nella città di Yangon per essere impiegata in una manifattura tessile. Le condizioni di sfruttamento delle lavoratrici sono da subito evidenti, costrette al duro lavoro da funzionari schiavisti, mentre i pagamenti di due mensilità sono in ritardo. Così pure il dormitorio squallido, in cui queste donne sono ammassate, è gestito da un’avida tenutaria che pretende gli affitti con insistenza. Si fa anche accenno, in una scena in silhouette, anche alle pretese sessuali di funzionari nei confronti di operaie. E si tratteggia anche una società dal fortissimo divario sociale. Qui il film rischia di sfociare nel compatimento ricattatorio, ma The Maw Naing riesce a mantenersi al di qua del sottile crinale, anche in virtù della genuinità del suo sguardo. Così Mi-Thet e colleghe cominciano a incrociare le braccia e a protestare con cartelli. Il film si ispira agli scioperi femminili del 2012.
MA – Cry of Silence è un’opera semplice, secca, stilisticamente sobria, il modo più appropriato per affrontare di petto una situazione che non può che essere vista manicheisticamente, un pamphlet di denuncia delle condizioni sociali e civili della popolazione birmana dopo il colpo di stato ricordato sopra. Il film funziona così in modo diretto, come gli slogan scanditi dalle manifestanti in sciopero. The Maw Naing mescola la rabbia alla Ken Loach con la descrizione del degrado del sistema lavorativo alla Wang Bing, non a caso i laboratori tessili ricordano molto quelli della trilogia di Qīngchūn del documentarista cinese. L’intreccio tra la dittatura birmana e l’imprenditoria cinese è segnalato da una collega della protagonista che ha visto degli uomini d’affari cinesi a casa di un ex-generale. Il film e racconta la genesi spontanea, naturale degli scioperi e delle proteste. Un inno al coraggio delle donne, che nel Myanmar si aggregano attorno alla figura di Aung San Suu Kyi mentre il potere militare è ovviamente maschile, in un’opera di denuncia di una cappa oppressiva dove si fondono dittatura, capitalismo selvaggio e patriarcato confuciano. «Credi che la polizia ti aiuterà?» dice beffardamente il padrone di fronte alla protesta della protagonista. Il sistema oppressivo della giunta militare, con le sue forze dell’ordine, tutela il caporalato. La lotta delle protagoniste del film contro i padroni è la lotta del paese contro il sistema autoritario dei militari.
Stilisticamente The Maw Naing, come si è detto, si mantiene su un piano di parsimonia. Gli inserti di filmati reali avvicinano il film alla concezione del docufiction. E il regista sceglie anche di non mostrare quasi mai il volto dell’aguzzino in fabbrica, tenendolo di spalle o oscurandolo come silhouette. E riesce a confezionare in finale inaspettato agghiacciante per quanto prevedibile, giocato su movimenti di macchina, una carrellata dall’alto e una camera a mano che esplora gli spazi dove una volta abitavano le protagoniste. MA – Cry of Silence è un grido di dolore e resistenza, un’opera che, con la sua cruda semplicità, racconta la dignità di chi non si arrende davanti all’oppressione. The Maw Naing consegna al pubblico un film che non è solo denuncia sociale, ma anche testimonianza viva di un popolo che continua a lottare per la propria libertà, malgrado le ingiustizie e la repressione.
Giampiero Raganelli









