Love 3D

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7.0 Awesome
  • voto 7

Le petite mort

Più di una volta in Love, all’interno di inquadrature curate sino al parossismo, magari sullo sfondo di una delle tante, reali ed esplicite scene di sesso consumate nel corso della pellicola, compare, fuorviante, la locandina di Salò o le 120 giornate di Sodoma.
Forse è proprio questo accostamento forzato con il capolavoro di Pier Paolo Pasolini l’involontario e definitivo sunto del cinema di Gaspar Noé, un cinema così pago della propria confezione disturbante, così pieno di sé e della propria forza scandalosa e oscena (bazinianamente parlando) da limitarsi alla pura e semplice apparenza, alla posa intellettuale, all’immagine shock – superficiale, svuotata di senso e, in definitiva, innocua – di un poster sul muro.
Eppure sarebbe fin troppo semplice liquidare Love 3D, ultima, eclatante fatica del controverso cineasta argentino, come l’ennesima, vuota e sensazionalistica provocazione fine a sé stessa, il definitivo trionfo di una poetica orientata esclusivamente al più facile e furbo eccesso.
Certo, in quell’idea radicale di un cinema fatto di “lacrime, sangue e sperma” teorizzata da Murphy, aspirante regista nel bel mezzo di una crisi di coppia, e letteralmente tradotta in immagini dall’autore, c’è tutta la consueta, debordante visione del Noé “totale” di Enter the Void, la stessa, insistita e arrogante provocazione che stava dietro a Irréversible.
É proprio un fantomatico cinema totale quello che pare voler inseguire il regista, accostando, unendo e fondendo assieme a un dramma sentimentale di sogni traditi, frustrazione e rimpianto l’esibizione del sesso più esplicito, senza soffermarsi mai sulla reale portata delle immagini, senza preoccuparsi, nemmeno una volta, del rapporto più che mai delicato che da sempre intercorre tra realtà e sua rappresentazione, ma procedendo implacabile, senza alcuna titubanza di sorta, sulla strada dell’eccesso, ingigantendo ancora di più quella confezione “scandalosa” con l’uso di un 3D mai tanto destabilizzante.
Eppure, all’interno di questo trionfo assoluto del visibile, in mezzo a quei corpi nudi, avvinghiati, eccitati che tradiscono la loro reale essenza, tra fellatio, orge e penetrazioni, pare esserci, più forte di un’erezione puntata contro il pubblico – mentre Noé gioca a rifare il Porter di The Great Train Robbery, aggiornando ai nostri tempi l’immagine shock di quel bandito che, sguardo in macchina, sparava contro la macchina da presa, abbattendo, per un attimo, la quarta parete – una visione di fondo fortemente unitaria, un rigore impressionante di un assoluto fascino formale che esibisce, senza filtri, se non quello di uno sguardo fortemente estetizzato, un intero mondo, nella titanica illusione di superare persino i limiti stessi del cinema.
Non sono solo le scene di sesso, allora, a essere perfettamente curate nella plasticità espressionista di un’immagine che non si compiace mai (o quasi) del dettaglio, non cerca alcuna cronaca documentaristica né tanto meno pornografica, ma un’estetizzazione “sentimentale” della sessualità  perfettamente in linea con un personalissimo sentire, una cifra stilistica in grado di unificare contraddizioni e paradossi, in una storia dove il sesso non è il semplice pezzo forte, la scena a cui saltare ignorando tutto quello che le sta in mezzo, ma parte indissolubile di quel piccolo universo sentimentale di amore tradito, logorato e irrimediabilmente finito che Noé mette elegantemente e sapientemente in scena con la forza, quotidiana e deflagrante, della più classica delle storie.
Ecco allora che la provocazione gratuita e il sensazionalismo si ritrovano (almeno in parte) ridimensionati, diluiti in un flusso di coscienza malinconico e dolente, dolce e sensuale, mentre il tempo si scompone in flashback sempre più fitti e il montaggio acquista il ritmo discontinuo dell’ossessione. Almeno fino al prossimo, iconico capolavoro con cui nobilitarsi, o fino a un altro, divertito e inevitabile, colpo di pistola.

Mattia Caruso

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