Revenant – Redivivo

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

La pelle dell’orso

Esistono due modi per approcciarsi ad un film come Revenant – Redivivo. Entrambi assolutamente legittimi pur se abbastanza distanti tra loro. Il primo è quello di sedersi in platea, di fronte ad uno schermo quanto più grande possibile e godersi lo spettacolo. Perché l’intrattenimento c’è ed è anche di altissima qualità di confezione. In primis si può ammirare l’ottima performance interpretativa di Leonardo DiCaprio, per l’occasione alle prese con un autentico tour de force all’insegna dell’istinto animalesco di sopravvivenza nell’aspro territorio di frontiera della prima metà dell’ottocento. Il cacciatore di pelli Hugh Glass, alias DiCaprio, ansima, sbava, soffre le pene dell’inferno, affronta i peggiori lutti riservabili ad essere umano, combatte sia con animali feroci – una femmina di grizzly giustamente protesa alla protezione dei propri cuccioli, in un duello corpo a corpo tra genitori un po’ inverosimile nella forma ma di alto tasso adrenalinico – che soprattutto contro il bieco cinismo albergante nella sua stessa specie in nome di una sete di vendetta che fungerà da spinta emotiva nel superamento delle mille ed una asperità affrontate. Difficile poi mettere in discussione la maestria tecnica di Alejandro González Iñárritu dietro la macchina da presa: Revenant è colmo di piani sequenza che conducono lo spettatore per mano sia all’interno del caos della battaglia tra nativi e coloni (ma non solo), che ad ammirare panorami naturali tanto affascinanti quanto ostili ancorché colti nel momento di massimo disagio invernale. Tutto ciò mentre il direttore della fotografia – il grandissimo Emmanuel Lubezki – illumina Revenant di una luce talmente naturale da far sembrare al pubblico di far parte, passiva, del contesto; così come la colonna sonora di Ryûichi Sakamoto sottolinea da par suo un’epicità narrativa che affiora però molto, troppo, ad intermittenza. Appunto. E qui entra in gioco l’altro modalità, più squisitamente critica, di penetrare all’interno di Revenant – Redivivo. Ed affiorano difetti riconducibili, in gran parte, alla scarsa armonia di metaforico dialogo tra immagine ed essenza del racconto, regia e sceneggiatura (peraltro firmata dallo stesso Iñárritu con Mark L. Smith). Lo script, infatti, si può tranquillamente ridurre, semplificando, ad una lunghissima sequela di prove di sopravvivenza affrontate da Hugh Glass/Leonardo Di Caprio. Assai funzionali allo scopo di consentire all’attore di aggiudicarsi l’ambita statuetta finora sempre sfuggita, ma davvero troppo poco per donare al film anche una qualche chiave di lettura differente rispetto a quella della pura superficie mostrata. Caratteri di contorno modellati con la grazia di un tagliaboschi – ed il “povero” villain John Fitzgerald, interpretato dall’altrove eccellente Tom Hardy, ha di che patirne – filosofia dei nativi d’America ridotta a bignamino da biscotto della fortuna, senza contare l’uso e l’abuso della solita dicotomia da nuovo mondo buon selvaggio versus cattivo selvaggio. Con in più la zavorra di una serie di sequenze tra l’onirico ed il flusso libero di coscienza da parte del protagonista che appesantiscono non poco la successione degli eventi. Nella disperata ricerca di una sorta di spiritualità modello Terrence Malick che fa letteralmente a pugni con l’assunto avventuroso del film, improntato senza dubbio alcuno verso una ricerca di spettacolarità priva di qualsivoglia freno inibitore.
I detrattori del cinema di Alejandro González Iñárritu usciranno dalla visione di Revenant rafforzati nelle loro posizioni scettiche. Coloro che hanno amato, come il sottoscritto, le frammentate derive apocalittico-sociali di opere come ad esempio Babel (2006) non possono nascondere le sopraggiunte perplessità riguardo un cineasta che, già con il penultimo e non a caso pluripremiato – negli U.S.A. – Birdman, aveva dimostrato una furbesca tendenza a mettere a completa disposizione di neutri spettacoli hollywoodiani il proprio, incontrovertibile, virtuosismo registico. Revenant – Redivivo resta allora un lungometraggio da vedere ad occhi esterrefatti con ammirazione, ma destinato a deludere chi chiede ad un film di andare oltre il semplice atto puramente scopico, elementare: cioè guardare, assimilare nella sua interezza. Empatizzare, in tutti i sensi possibili, con ciò che si sta scrutando. Cercando, magari con successo, un significato meno evidente rispetto a quello che si agita dietro una qualsiasi, pur molto bella e suggestiva, serie di immagini in movimento.

Daniele De Angelis

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