L’incubo scorre sul filo: Ethan Hawke sulle orme di Freddy Krueger
A volte ritornano: ed in ogni horror che si rispetti, anche – e soprattutto – i morti. Quattro anni dopo il fortunato (ed originale) Black Phone, il regista Scott Derrickson dirige Black Phone 2, un sequel/prequel colmo di citazioni, rispetto al precedente con meno thriller e più soprannaturale, ma altrettanto inquietante.
Black Phone 2 riparte esattamente quattro anni dopo da dove eravamo rimasti: siamo nel 1982, sono trascorsi quindi quattro anni dal 1978 e cioè dal momento in cui Finney Blake (Mason Thames) ha ucciso il serial killer noto come il Rapace. Tutto sembra essere tornato alla normalità, quando Gwen (Madeleine McGraw), la sorella di Finn, inizia ad avere dei sogni che riguardano la madre Hope da giovane ed alcuni omicidi di bambini avvenuti all’Alpine Lake Camp nel 1957.
Convinti Finn e l’amico Ernesto (fratello del defunto Robin, che dall’aldilà aiutò Finn a liberarsi del Rapace nel primo film) a recarsi al campo estivo cristiano Alpine Lake, Gwen si troverà nell’occhio del ciclone di un nuovo incubo, che farà luce sul passato remoto gettando ponti su un passato più recente, dando nuovo senso ai suoi punti oscuri.
Come in Nightmare, qui la paura arriva dai sogni, anzi dagli incubi di Gwen, in cui si muove con disinvoltura l’anima dannata del Rapace (un Ethan Hawke sempre convincente) alla stregua di Freddy Kruger. I tre ragazzi, Finn, Gwen ed Ernesto, rimasti bloccati nel campo dalla tormenta di neve insieme al custode Armando, sua nipote Mustang (come il cavallo, non l’auto) e due bigotti dipendenti del campo cristiano, dovranno così risolvere il mistero del 1957, ritrovare i corpi dei bambini scomparsi e proteggere Gwen dagli attacchi nel sonno del Rapace. Ed ecco che il sequel si intreccia con il prequel: chi è davvero il Rapace? Qual è il legame con i delitti del passato?
Con Black Phone 2, il regista trova ispirazione dall’icona horror degli anni Ottanta per riportare in vita il suo Rapace, ma prende poi una direzione diversa, meno horror e più psicologica e soprannaturale. Cosa che gli permette anche di distaccarsi dal primo Black Phone, evitando reiterazioni e brutte copie di se stesso. Così, alla componente claustrofobica del primo Black Phone, Derrickson contrappone il suo contraltare agorafobico: le ampie distese innevate, i laghi ghiacciati, sono infatti inquietanti tanto quanto i luoghi chiusi del precedente film, mentre il telefono che squilla dal nulla, richiamando ora Finn ora Gwen, diventa il jingle ricorrente che fa da trait d’union sia all’interno di ciascuno dei due Black Phone che tra le due pellicole stesse. Il confronto tra Bene e Male, poi, qui trova una nuova componente, quella religiosa, che dà anche modo al regista di alternare jumpscares a momenti quasi comici, questi ai danni soprattutto dei due bigotti dipendenti del campo.
Ottima poi la fotografia e la messa in scena; visivamente, Black Phone 2 è efficace dal punto di vista espressivo e di tensione generata, con sequenze al tempo stesso potenti e raffinate. Sul cast nulla da dire: il regista riprende i tre protagonisti del primo film, che si dimostrano ancora una volta perfettamente ‘in parte’, approfondendo – a livello psicologico e di interpretazione – il proprio personaggio, che acquisisce note di colore (e di calore) importanti, a partire proprio dal giovane Mason Thames, che deve affrontare le conseguenze del trauma precedente, mentre Madeleine McGraw dovrà fare i conti con il proprio potere da sensitiva, accettandolo come dono e non come maledizione. Infine Ethan Hawke, da killer seriale ad anima dannata, è un villain da non sottovalutare, inquietante e spaventoso al tempo stesso.
Michela Aloisi









