Lo spazio delle corde

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Legami stretti

Caterina Ferrari e il Filmmaker Festival s’incontrano nuovamente. Dopo il mediometraggio Il villaggio e La gabbia, presentato anch’esso nella sezione “Prospettive” della kermesse meneghina nel 2017, la regista piemontese torna nell’edizione numero 39 per presentare in anteprima mondiale Lo spazio delle corde, saggio di diploma alla Zelig, la Scuola di Documentario, Televisione e Nuovi media di Bolzano. Opera, questa, con la quale continua il suo personale discorso sul concetto di circoscrizione fisica e mentale, passando dai corpi degli atleti di M.M.A. che si affrontano su un ring a quelli di persone che praticano il bondage o BDSM, nello specifico lo “shibari”, una disciplina in cui una persona è legata alle corde da qualcun altro. Il tutto in un’ambiente protetto e tra persone consenzienti che accettano di legare, farsi legare e legarsi da sole.
Sul tema e sul mondo del BDSM nelle sue diverse espressioni, persino quelle più estreme, la Settima Arte si è più volte pronunciata tanto nel cinema del reale che in quello di fiction con pellicole come The Pleausure of Rope di Bob Bentley, Prison System 4614 di Ian Soldat, Kim di Tobias Rydin, Maîtresse di Barbet Schroeder e Kink di Christina Voros. Con alcuni dei suddetti titoli, il film della Ferrari condivide l’approccio alla materia, ossia l’esplorazione del mondo del bondage come pratica non solo erotica ma di crescita emotiva e liberazione di sé. Per farlo sceglie il punto di vista e le esperienze umane di Cindy, Ilaria e Coldeyes, tre giovani donne molto diverse tra loro ma accomunate dalla passione per le funi e legate ad Andrea detto La Quarta Corda, maestro secondo cui: «Tutti noi abbiamo paure, timori, insicurezze, vissuti che ci tormentano. Attraverso le corde è possibile lavorarci insieme in un contesto controllato e uscirne più forti di prima». Mostrando sessioni private o esibizioni pubbliche, il film segue l’intrecciarsi di emozioni contrastanti sul filo sospeso del tempo. Una prospettiva, la loro, che aiuta a riflettere, anche chi non ha dimestichezza o conoscenza dell’argomento, sulla necessità di sperimentare una perdita di controllo e un completo abbandono per sentirsi, a dispetto del pensiero comune, veramente libere.
In questo modo, il risultato riesce ad essere al contempo meramente divulgativo e capace di abbattere certe forme mentis, stereotipi e che vogliono il bondage o simili esperienze esclusivamente estreme e a sfondo erotico, quando invece possono avere una valenza ginnica e terapeutica. E sono le stesse protagoniste a testimoniarlo quando concedono alla macchina da presa frammenti d’interviste nelle quali si mettono a nudo, chiariscono concetti chiave ed espongono le motivazioni che le hanno spinte alla pratica. L’autrice osserva e cattura in rigoroso silenzio le performance, che vanno in scena soprattutto in ambienti domestici. Il che riporta tutto a una dimensione più intima, vera ed embrionale.

Francesco Del Grosso

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