La storia degli afro-americani, resa tangibile da un uomo tanto straordinario quanto la sua missione
La quinta edizione del glorioso, resistente, coriaceo Hip Hop CineFest è ormai alle porte: se infatti gli appuntamenti in presenza sono previsti il 9 e 10 maggio, pure quest’anno presso la Casa della Cultura di Torpignattara, l’appuntamento in streaming col festival avrà inizio molto prima e cioè il 28 aprile. Per durare poi fino al 18 maggio!
CineClandestino sarà presente ancora una volta alla vivace manifestazione cinematografica, in cui ci si sente ormai a casa. Siamo stati praticamente “adottati”. E siccome al termine della scorsa edizione, complici alcuni problemi logistici e di calendario, ci era parso di non aver dato sufficiente spazio alle tante perle scoperte in quei giorni, ci siamo detti: non è mai troppo tardi per provare a recuperare. Abbiamo così escogitato qualche “tappa di avvicinamento” alla nuova edizione, che partisse proprio dalle cose migliori intercettate nel 2024.
Ringraziamo pertanto lo staff per averci offerto la possibilità di rivedere il documentario che ci aveva maggiormente impressionato ed emozionato: Living Proof: Dr. Khalid’s Black History 101 Mobile Museum.
Inserito l’anno scorso nell’agguerritissimo concorso “Feature Documentary”, categoria in cui è stato anche insignito di una meritata Menzione Speciale, Living Proof: Dr. Khalid’s Black History 101 Mobile Museum era stato amorevolmente scortato a Roma sia dal regista Tony “Mr.Wave” Wesley che dal protagonista indiscusso del breve ma intenso racconto cinematografico, ovvero Dr. Khalid El-Hakim, persona piacevole da incontrare e approcciare dal vivo almeno quanto lascia supporre il suo apparire sullo schermo, sempre carico di emozioni.
Facendola breve: per quanto sta realizzando già da diversi anni negli Stati Uniti, a uno come Dr. Khalid El-Hakim si può soltanto essere grati. Concediamogli pertanto un breve ritratto, sulla scia di quanto appreso grazie allo spigliato e ben ritmato documentario. Living Proof: Dr. Khalid’s Black History 101 Mobile Museum è infatti incentrato sulla nascita e sui più recenti sviluppi del primo museo mobile dedicato alla Storia, alle radici stesse della comunità afroamericana, museo creato dallo stesso Dr. Khalid El-Hakim, che ama collezionare oggetti sin dall’infanzia ma ha poi rintracciato in questa passione la possibilità di una vocazione sociale autentica e di un’impresa senza precedenti. Del resto Dr. Khalid è arrivato a collezionare oltre 10.000 manufatti originali, alcuni dei quali molto rari, altri addirittura unici come il documento ufficiale con la firma di Sidney Poitier da lui scoperto e custodito, spaziando poi da tristi cimeli inerenti alla tratta transatlantica degli schiavi neri fino a vivaci testimonianze della cultura hip-hop. È stato definito lo “Schomburg della hip-hop generation” e ha ricevuto numerosi attestati di stima per il fatto di esporre la storia nera al di fuori dei tradizionali spazi museali; tale progetto è riuscito poi a portarlo quasi in ogni angolo degli Stati Uniti, intraprendendo così un viaggio attraverso ben 43 stati diversi, diffondendo ovunque cultura autentica, tangibile quanto le pesantissime catene degli schiavi che a qualche visitatore giustamente turbato è poi concesso sollevare e tenere in mano per qualche istante.
A margine di tutto ciò, il nostro eroe ha lavorato anche per oltre vent’anni nel settore hip-hop, in quanto manager e agente di artisti come The Last Poets, DeShaun “Proof”Holton (suo grande amico e sodale, morto ahinoi in circostanze tragiche) e Professor Griff dei Public Enemy, la cui vibrante testimonianza è presente anche nel documentario.
Ecco, grazie anche all’efficace dosaggio di temi e al ritmo sincopato imposti al documentario dal regista Tony Wesley, pilastro dell’hip-hop a sua volta, questo lavoro dagli intenti decisamente nobili trova strada facendo la sua collocazione tra memoria collettiva e memoria personale. Laddove la storia a tratti struggente dello stesso Dr. Khalid, che in modo drammatico ha perso non soltanto il suo migliore amico ma anche il padre, cui era profondamente legato, genera sullo schermo un pathos genuino e tanta vicinanza emotiva senza però cristallizzarsi lì, riflettendo anzi empaticamente il percorso sociale e pedagogico intrapreso poi dal protagonista. Può stupire, semmai, che siano molto spesso proprio le università ritenute espressione della società afroamericana a non concedere spazi alla sua attività così generosa e documentata, mentre gli inviti arrivano più dagli ambienti accademici bianchi, ma qui si entra in dinamiche socio-culturali complesse (cui non sono certo estranei processi di rimozione, sensi di colpa, eccetera) che il film ha comunque il merito di far uscire allo scoperto, suggerendo la necessità di ulteriori riflessioni e ricerche.
Stefano Coccia








