Giocare per sopravvivere
Sarà un caso (o forse no) ma in quest’appena conclusa 37esima edizione del Trieste Film Festival, è già la terza volta che ci capita di incappare – senza specifica premeditazione – in un film che pone in primo piano l’infanzia. Questa volta, però, a differenza dei precedenti Tales from the Magic Garden e Secret Delivery, si tratta di un titolo tutto italiano, già passato alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione autonoma di Alice nella Città, e che ora i selezionatori della manifestazione triestina hanno posizionato nella sezione Premio Corso Salani, specificamente dedicata al cinema indipendente nostrano. Se la scelta di questo Leila conferma senz’altro l’eclettismo del festival triestino, in fatto di sguardo e tematiche trattate, il focus sull’ottica infantile – che qui è tuttavia solo una parte dei temi del film – rivela d’altra parte una sensibilità particolare, che in qualche modo ha sempre fatto parte del cinema, fin dalle sue origini. In fondo, la dimensione ludica – centrale nel film firmato dal trio Alessandro Abba Legnazzi, Clementina Abba Legnazzi e Giada Vincenzi – è da sempre un aspetto fondamentale dell’atto di mettere in scena una storia: non è un caso la polisemia del verbo inglese to play, che può indicare indistintamente un gioco o una recita – a cominciare da quei giochi di finzione in cui un po’ tutti, da bambini, ci siamo più volte cimentati. Ed è proprio da un gioco/recita che muove la trama di questo piccolo film (solo 64 minuti), incentrato sulla vera storia di una separazione, e sul ritorno di padre e figlia nella casa delle vacanze in cui questa si consumò. Un ritorno attraverso il quale Alessandro, regista e illustratore, aiuterà sua figlia Clementina, di 9 anni, a elaborare il trauma dell’abbandono prematuro, costruendovi attorno una storia fantastica dai contorni vagamente miyazakiani.
Così attraverso i disegni dello stesso Alessandro Abba Legnazzi, a scandire i vari (micro)segmenti della storia, apprendiamo che la madre di Clementina è stata in realtà rapita dalla Regina delle Acque, e portata in fondo a quel lago che in un lontano passato aveva rappresentato un elemento di unione così forte per i tre. In combutta con la perfida regina – perfida nonostante guidi quello che lei chiama “Esercito del Bene” – una serie di pittoresche figure, tutte deliziosamente illustrate in fumettistici quadri dalla matita di Legnazzi: tra queste, l’Uomo Toast, trasfigurazione fantastica (e giustamente laida) del giovane per cui la madre di Clementina aveva perso la testa, oggetto nel film di una specie di catartico rito teso ad annullarne la maligna influenza. E poi, gli stessi Alessandro e Clementina che diventano Tonio e Leila, intrepidi aviatori in missione, imbarcatisi in un’avventurosa quest (con tanto di mappa) in cui i boschi intono alla casa diventano territorio ostile pullulante di nemici, da affrontare con archi e frecce e dopo un duro addestramento. Il vero scopo della missione, quello di Clementina e Alessandro, è ben esemplificato dal titolo completo del film: Leila, o del nostro viaggio per imparare a stare insieme di nuovo. Il punto di svolta, probabilmente, sta in quel primo dialogo in quella che fu la camera da letto coniugale di Alessandro e di sua moglie: Clementina che insistentemente chiede al padre di dormire con lui, e poi gli fa la richiesta di leggerle ad alta voce il libro che sta leggendo. Quel rapporto tra padre e figlia va ricostruito, ripensato attraverso altre coordinate, che possono essere anche quelle del racconto di una (nuova) storia; o, perché no, del viverla direttamente.
Uno degli aspetti più interessanti di Leila sta nella scelta del registro narrativo, una contaminazione (invero non nuova, nel cinema indie italiano, ma qui portata avanti con gusto e freschezza) tra autobiografia filmata, docufiction, fiaba e cinema-fumetto. A contrappuntare il viaggio di Clementina/Leila e Alessandro/Tonio (significativamente aperto da un’inquadratura sfocata, simbolo di un ricordo rimosso dalla bambina, che solo successivamente andrà a svelare quel giardino in cui vide sua madre allontanarsi) troviamo da un lato le già citate illustrazioni di Alessandro, dall’altro i filmati di repertorio – tanto recenti quanto già lontani, nell’ottica temporalmente contratta di una bambina – che mostrano e sottolineano il legame tra Clementina e sua madre, rendendo ancor più incomprensibile (e urgente da indagare) quell’abbandono. Lo sguardo, così splendidamente espressivo, di Clementina Abba Legnazzi, dice fin da subito molto: a quel gioco, lei per prima non sta mai credendo davvero, ma nondimeno sente che la sua messa in atto può rappresentare una chiave importante di comprensione (del passato) e di proiezione verso un futuro ancora da reimmaginare. Forse, l’ultimo vero “gioco di finzione” della sua infanzia.
Nonostante la pregnanza dei temi che tratta, comunque, Leila è un film lieve, disseminato di humour surreale e giocoso, informato da uno sguardo infantile che – proprio perché sa che dovrà presto cedere il passo a una nuova, più matura consapevolezza – in quel mood ludico si immerge con anarchica gioia. Così, se il registro documentaristico del film è dapprima rigoroso, ricco di primi piani sui volti dei due protagonisti, e di dettagli rivelatori sugli ambienti della casa (la camera che accoglie il cupo risveglio di Clementina, la cucina vuota, la veranda attraverso la quale la ragazzina osserva il padre disegnare), successivamente il mood narrativo si apre a un respiro più avventuroso – con tanto di commento sonoro extradiegetico – accettando di suo quel gioco/recita che i due protagonisti mettono in scena con tanta dedita serietà. Si gioca per sopravvivere, insomma, per non darla vinta a quell’”Esercito del Bene” che ha già bollato Alessandro come un fallito, e che vorrebbe anzitempo portarsi via anche Clementina/Leila. Loro, forse, non hanno mai giocato davvero, nemmeno da bambini; o forse, se l’hanno fatto, se ne sono da tempo dimenticati.
Marco Minniti









