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La prima festa

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VOTO: 6

Libertà, sì, ma quale?

Presentato anch’esso, al pari di Butthole Surfers: The Hole Truth and Nothing Butt dell’americano Tom Stern, giovedì 5 marzo al Cinema Massimo di Torino nel cartellone del Seeyousound 2026, La prima festa di Pietro Fuccio è un altro documentario meritevole di attenzione. Non tanto, però, perché abbia le stesse qualità estetiche e cinematografiche riscontrate nel lavoro testé citato, bensì per un approccio al tema trattato che necessita di essere approfondito.
Per quanto infatti l’orizzonte degli eventi possa qui vantare un retroscena catartico, d’indole libertaria, coincidendo col primo live musicale di Cosmo a Bologna dopo l’epidemia di COVID-19 a ben 26 mesi dall’ultimo concerto in piedi a capienza piena, non bloccato dalle autorità competenti, questo riappropriarsi di determinati spazi di libertà conserva un sapore agrodolce.

Procediamo con ordine. La musica di Cosmo, pseudonimo del cantautore, produttore discografico e disc jockey italiano classe 1982, possiede indubbiamente un fascino ipnotico, trascinante, che dal vivo genera particolari forme partecipative. Specie verso la fine, il documentario ne reca testimonianza. E in tali situazioni l’artista raramente fa mancare messaggi che invitano all’amore, alla condivisione, al rispetto dell’ambiente…
Proprio al termine del fortunato tour Cosmotronic, il musicista aveva cominciato a immaginare un nuovo spettacolo da allestire in un tendone da circo, capace di fondere musica dal vivo e club culture, per la cui ispirazione pare abbia influito anche il precedente, memorabile esempio offerto a teatro da Gigi Proietti. Si profilava così un evento da sogno. Ma ad ostacolarne la realizzazione, dal marzo 2020, ci si è mezza la pandemia. O meglio, per chiunque voglia vedere la cosa da un’angolazione diversa, la follia delle restrizioni pandemiche a oltranza. E qui volendo sta lo snodo fondamentale.

Tra i punti di vista critici che La prima festa propone, quelli di Cosmo e del suo entourage prendevano le mosse già allora dal constatare una differente gestione degli eventi pubblici in altri paesi europei, senz’altro meno “talebani” dell’Italia nell’applicazione del distanziamento sociale, nel ricorrere al “coprifuoco” o nel riprodurre altri mantra di quel folle periodo. Cosmo è tra coloro che avevano provato a mettere in discussione la rigidità e soprattutto l’incoerenza di molti provvedimenti, tant’è che nel 2021 il suo team pensò di trasformare proprio i “concerti nel tendone” in un gesto politico e simbolico, così da sfidare il sistema attraverso un evento senza distanziamento ma con controlli sanitari. Il resoconto dei contatti avuti con l’allora ministro Franceschini si configura qui quale grottesco esempio dell’ottusità del potere. Ed è solo al termine di un tanto travagliato percorso che la Prima Festa dell’Amore poté finalmente svolgersi, nell’aprile 2022, trasformandosi in tal modo in una celebrazione collettiva della musica dal vivo e dello stare insieme, dopo anni di pressoché continuo e di sicuro alienante isolamento.
Fin qui, per quanto riguarda il film e le scelte controcorrente di Cosmo, tutto bene. O forse no? Si sta parlando infatti di vera libertà? Stabilirlo richiede qualche ragionamento in più, ancor più anti-sistema di quelli prodotti finora. Sia nelle dichiarazioni alla stampa di allora, sia in come Cosmo, i suoi produttori musicali e gli altri organizzatori dell’evento ricordano tali frangenti, non compaiono certo critiche più strutturali e radicali alla gestione della pandemia, non si condanna ad esempio la ferocia ghettizzante del Green Pass, come pure quell’esasperazione di matrice mediatica e governativa dei rischi inerenti al contagio, rivelatasi col tempo di natura prettamente politica e di fatto antiscientifica. Oggi come oggi, con l’emergere di Covid Files e scandali simili in vari paesi, con il moltiplicarsi di reazioni avverse al sedicente “vaccino” specie in paesi come l’Italia che hanno attuato politiche coercitive nella somministrazione di tali sieri, si poteva probabilmente essere più coraggiosi nella denuncia. Anzi, dal nostro personalissimo punto di vista, SI DOVEVA.

Stefano Coccia

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