La parrucchiera

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il cuore femminile di Napoli

Ovviamente non è “trash” consapevole, quello realizzato da Stefano Incerti con La parrucchiera; e se titolo e premesse potrebbero far giungere a tale conclusione, appare così solo in minima parte e sempre con la massima attenzione a non superare determinati limiti. L’ultima opera del “profeta in patria” Incerti andrebbe presa come omaggio, turgido e perciò necessariamente sovraccarico, ad una napoletanità che si esprime in chiara prevalenza attraverso la scoperta – fisica e simbolica – di quell’animo femminile che gli appartiene di diritto. La parrucchiera è dunque un viaggio nel ventre della città partenopea, luogo assieme iperrealistico e astratto rappresentato dalle viscere di quei quartieri spagnoli dove ogni giorno è un’esperienza, intensa e paradossale, di vita. Un film coloratissimo, che non teme la tentazione della trasfigurazione nel grottesco alla maniera del cinema di Pappi Corsicato ma riesce, attraverso la semplice forza delle immagini, a farsi metafora di una Napoli continuamente barcollante, che cade con la pesantezza che gli è propria ma poi è sempre capace, in qualche modo, di rialzarsi.
Sin dal titolo, La parrucchiera è un lungometraggio interamente declinato al femminile, pur facendo salvi i distinguo del caso. L’autore dell’ottimo noir Gorbaciof (2010) con Toni Servillo nell’occasione cambia toni narrativi, privilegiando un canovaccio da soap-opera per arrivare comunque laddove più gli interessa: cioè alle insondabili contraddizioni di una città senza regole ma camaleontica e dal cuore sempre pulsante. Rosa (la bella Pina Turco, vero e proprio “contro-personaggio” rispetto al ruolo da lei interpretato nel serial tv Gomorra)) è una ragazza attraente nonché una parrucchiera di talento che presta servizio nel negozio di proprietà di Patrizia e Lello, coniugi di mezza età. Quest’ultimo, infatuato della giovane, tenta un approccio violento che spinge Rosa, ragazza madre, a reagire da par suo e a lasciare il negozio per provare ad aprire una propria attività con l’aiuto di amiche fidate e giovani collaboratrici operose. Il tutto tra trans di grande generosità, usurai (ovviamente donne, dal look piratesco) e gelosie assortite. Pare Almodóvar e Incerti gioca abilmente con tale suggestione, almeno per quanto riguarda il suo personale omaggio alla caparbietà femminile. Attorno al cui virtuale asse astrale è destinato a ruotare l’intero universo di un microcosmo simbolo evidente di qualcosa di più vasto. Ed anche Salvatore (unico personaggio maschile di un certo rilievo nella storia, interpretato da Massimiliano Gallo) dovrà di ciò farsene ragione. Perché alla fine La parrucchiera è un inno alla sfaccettata identità femminile, fatta sì di invidie incontrollabili ma soprattutto composta da un connaturato istinto di solidarietà. Cosicché dalla visione si esca ammirati, sia per lo spessore del messaggio che per la quantità di bellezza muliebre esposta a piene mani, in modo da far rimanere La parrucchiera nella memoria dello spettatore – non solo maschile, beninteso – ben oltre la visione.
Qualche neo, nella sceneggiatura, qua e là affiora, come in qualche calo di ritmo troppo evidente e nella sin troppo caricaturale caratterizzazione del personaggio di Kevin, ex bambino prodigio televisivo figlio di troppo altro cinema nonché omosessuale molto “sottolineato” e altrettanto infido, utile solamente a concedere al film un’importante svolta narrativa. Pure il discorso sulla televisione adulante e matrigna, nel caso di Kevin e della trasmissione a cui prende parte Rosa nel corso del plot, possiede qualcosa di predigerito e prevedibile. Piccoli passaggi a vuoto, comunque, nel corso di un’opera del tutto fuori dai consueti, logori binari della cinematografia tricolore contemporanea. Fattore questo assai più importante di ogni altro, eventuale, difetto riscontrabile in un film da ammirare con lo sguardo e digerire con la mente. Caso abbastanza raro di suggestivo presepe con statuine di sesso femminile mai inerti come l’altra “metà del cielo” della società globale sempre le vorrebbe.

Daniele De Angelis

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