La mummia

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

Nostalgia di bende polverose

Una delle motivazioni per cui le varie versioni de La mummia – ci riferiamo ovviamente a quelle appartenenti ad un passato significativamente remoto – ebbero grande successo, scaturiva proprio dal conflitto culturale che si instaurava tra capitalismo occidentale ed una civiltà antica come quella egiziana, osservata dal cinema alla stregua di un vaso di Pandora pronto a riversare sui sacrileghi contemporanei maledizioni una peggiore dell’altra. A pensarci bene un’inquietudine sempre drammaticamente attuale nel corso di anni più recenti, metaforizzandola in chiave Al Qaeda e Isis. Comunque quei film si nutrivano di efficaci atmosfere brumose, di “mostri” desiderosi di vendetta, dopo rocambolesca resurrezione, poiché tragicamente uccisi in vita. Senza trascurare la componente melodrammatica di amori impossibili da far tornare. Insomma, quelle opere andavano con abilità a toccare corde particolarmente sensibili degli spettatori, al tempo forse più ingenui ma senz’altro desiderosi di provare emozioni e brividi di ogni tipo.
C’era una volta, appunto. Dopo La mummia in versione spettacolare luna park orchestrata da Stephen Sommers – probabilmente, a posteriori, da rivalutare – nel 1999, con relativo seguito, ecco ora un altro film che dovrebbe inaugurare una rivisitazione dei classici horror da parte della Universal attraverso la nuova etichetta produttiva denominata Dark Universe. Se però i risultati della nuova versione de La mummia sono questi, auspichiamo fortemente che tale processo si arresti sul nascere. Ciò che stupisce in negativo di questo nuovo film non è tanto la carenza assoluta di un minimo di originalità da parte di una sceneggiatura – tra l’altro firmata da gente esperta e di valore tipo David Koepp e Christopher McQuarrie – che si limita al riciclaggio molto poco sapiente nonché avveduto di vetusti cliché del genere; quanto proprio la pigra meccanicità da pilota automatico con la quale vengono azionati i cosiddetti meccanismi spettacolari. Accanto ad una visione stereoscopica tra le più inutili della storia del cinema, ecco affacciarsi pericolosamente un’evidente pigrizia formale da prodotto di mera routine, con il carneade regista Alex Kurtzman a venire sconfitto, persino sul campo degli effetti speciali, dalla tutt’altro che eccelsa versione del 1999 con Brendan Fraser. La mummia 2017 rimane vittima di un modestissimo tran-tran che rende l’ora e cinquanta di durata realmente infinito, con la noia che prende possesso del film in pratica sin dal prologo, stante il continuo ripetersi di situazioni narrative già usurate in partenza. Un’accozzaglia di luoghi comuni priva di qualsiasi capacità di stimolazione verso il pubblico, che prova a raccontare di mummie femminili, coltelli con cui portare a compimento rituali interrotti, Tom Cruise indeciso (e palesemente inadeguato) se essere un novello Indiana Jones o profferire battutine ridicole nemmeno fosse una reincarnazione, tanto per restare in tema, di Cary Grant. Per tacere di un Russell Crowe (nella parte del dottor Henry Jekyll: senza commento!) il quale sembra capitato sul set per puro caso, giusto per riscuotere il, prevedibilmente cospicuo, ingaggio. Fanno appena miglior figura le interpreti femminili, con la volenterosa Sofia Boutella purtroppo per lei poco verosimile nel ruolo di mummia digrignante e una Annabelle Wallis che si distingue per meriti essenzialmente estetici in una parte del tutto ornamentale. Chi avesse sperato di assistere, in base a tali premesse, ad una rilettura sensualmente al femminile de La mummia, ebbene ha sbagliato clamorosamente direzione.
A scrivere di presupposti culturali, come si accennava poc’anzi, per un lungometraggio del genere si rischierebbe una denuncia per millantato credito. Se invece si era alla ricerca di angosce veicolate sottopelle, allora ci si dovrà rivolgere altrove. Idem per un divertimento genuinamente infantile. Questo La mummia poco hi-tech, a prescindere da quanti soldini racimolerà al botteghino, merita solamente di finire al più presto in un simbolico dimenticatoio.

Daniele De Angelis

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