La fuga

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7.0 Awesome
  • voto 7

Viaggio sola

Le strade che conducono un film alla distribuzione nelle sale si sa per molti sono lunghe e tortuose, specialmente se si tratta di un’opera prima indipendente e realizzata in modalità low budget. È il caso di La fuga di Sandra Vannucchi, autrice di pluridecorati cortometraggi con alle spalle una serie di importanti collaborazioni oltreoceano, che per il suo esordio sulla lunga distanza ha deciso di rientrare alla base per portare sul grande schermo una storia vera e in parte autobiografica. Storia, questa, che il pubblico che non ha intercettato la pellicola durante il suo percorso festivaliero iniziato nel novembre del 2016 al Rome Independent Film Festival potrà scoprire con l’uscita al cinema il 7 marzo grazie a Lo Scrittoio.
Il film, candidato all’Efa Young Audience Award 2018 e vincitore di numerosi riconoscimenti (tra cui il premio per il miglior film straniero al Woodstock Film Festival 2017), racconta di Silvia, una bambina di undici anni curiosa e vivace, che vive una situazione familiare complessa, segnata dalla depressione cronica della madre e dalle continue incomprensioni e difficoltà di comunicazione con il padre. La malattia della madre rende estremamente fragili gli equilibri nei rapporti tra genitori e figli. Sogni e aspirazioni di questi ultimi, anche molto semplici, restano inascoltati in una quotidianità in cui ciascuno appare concentrato principalmente su se stesso e i propri problemi. Silvia ha il grande desiderio di visitare Roma, ma in famiglia resta sempre inascoltata; capendo che nessuno le permetterà di realizzare il suo sogno decide di scappare, determinata a visitare la città per conto proprio. Durante il viaggio in treno incontra una ragazza rom, Emina, con cui instaura subito un forte legame di amicizia. La fuga di Silvia si rivelerà così capace di innescare un processo di crescita e di trasformazione in Silvia stessa e in tutti coloro che la circondano.
Il fattore umano e personale derivante dal DNA autobiografico che ha alimentato la scrittura prima e la sua messa in quadro poi, quest’ultima impostata su un approccio all’insegna di un realismo d’impronta quasi documentaristica, pompa calore, verità e intensità al tutto. La fuga parla di temi universali come l’amicizia, l’incomunicabilità, il confronto con l’altro e quello generazionale con il mondo degli adulti, senza cadere mai nelle sabbie mobili dei luoghi comuni. Pericolo che si è manifestato in più di un’occasione nel corso della timeline (in primis quando viene mostrata e si parla della comunità Rom) e che la cineasta toscana ha saputo scongiurare grazie ad una sceneggiatura minimalista, improntata sugli stati d’animo dei personaggi e sulle emozioni che ne scaturiscono, ma anche su battute e scene asciutte e mai sensazionalistiche. Ciò che si materializza sullo schermo è un’immersione audiovisiva nell’esistenza di un’adolescente, che con i mezzi drammaturgici, attoriali e tecnici dei quali dispone prova ad esplorare il modo in cui questa interagisce e tenta di rapportarsi con la profonda sofferenza di una persona amata. Per farlo, la Vannucchi mira al cuore dei concetti e dei temi affrontati, passando per lo schema classico del coming of age al fine di dare forma e sostanza ad un tenero, spaventoso ed emozionante percorso emotivo di una ragazzina che decide di prendere in mano la propria vita. Percorso che si estende oltre l’epidermide diventando da interiore a fisico quando Silvia dalle mura domestiche si lancia alla scoperta del “mondo”. Ed ecco lì che al dramma e al romanzo di formazione, con temi chiave annessi, prende il via il road movie da prima ferroviario e poi metropolitano tra il centro e la periferia degradata della Capitale.
Con il suddetto approccio alla materia prima l’autrice pone le basi della regia tecnica (con un grande contributo che arriva dalla fotografia di Vladan Radovic) e imposta le linee guida della direzione degli intensi interpreti in campo, a cominciare da Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro nei panni dei genitori della giovane protagonista Lisa Ruth Andreozzi. Tuttavia, La fuga non è estranea a carenze, o meglio a fragilità strutturali che emergono dalla fruizione e riguardano soprattutto la mancanza di scorrevolezza nell’intreccio dei due piani temporali sui quali si sviluppa il racconto non lineare, ma non abbastanza da mettere a repentaglio il progetto nella sua interezza.

Francesco Del Grosso

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