Kusama: Infinity

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

L’Oriente in Occidente

Probabilmente non in molti ricorderanno l’interessante – e visivamente magnetico – documentario Il senso della bellezza, per la regia di Valerio Jalongo, tristemente penalizzato da una scarsa visibilità all’interno del palinsesto cinematografico nostrano. Un lavoro, questo, che, mettendo in scena interessanti esperimenti avvenuti all’interno del CERN, godeva di giocose suggestioni visive che stavano a regalare allo spettatore una vera e propria esperienza con la bellezza allo stato puro.
Desiderosi, dunque, di immagini che sappiano ben nutrire i nostri occhi, appagandoli come solo raramente avviene, non possiamo restare indifferenti a seguito della visione dell’ottimo Kusama: Infinity, opera prima della documentarista statunitense Heather Lenz, nonché appassionato e singolare ritratto della celebre artista giapponese Yayoi Kusama. Pittrice, scultrice, attivista politica, l’artista, trasferitasi già negli anni Cinquanta a New York, al fine di “fuggire” al clima culturale poco stimolante del suo paese e, fin da subito, letteralmente travolta dal clima rivoluzionario riguardante politica e società, è riuscita a diventare parte di quel fermento che tanto l’aveva affascinata, arrivando addirittura a protestare nuda contro la Guerra del Vietnam.

Un fedele – e pulsante di vita – ritratto di un periodo storico, dunque, per un focus su una singola persona – una frizzate e originale artista – che, nonostante il grande talento, nonostante la grandissima verve, forse, di fatto, non è mai riuscita a ottenere la notorietà e il successo meritati. Eppure, nonostante ciò, questo lavoro della Lenz – complice anche, e soprattutto, una regia estremamente matura, nonostante la scarsa esperienza dietro la macchina da presa – è riuscito, a suo modo, a trasmettere la medesima carica visiva ed emotiva delle opere dell’artista, rendendo la sua stessa visione una piacevolissima esperienza per gli occhi e per la mente.
Al via, dunque, variopinti pois che prendono via via forma sullo schermo, al via emozionanti e psichedelici giochi di luci realizzati all’interno di enormi installazioni. Al via – e non per ultimo in grado di importanza – un importante discorso sul sopracitato periodo storico, all’interno del quale vengono analizzate di pari passo le storie di due differenti nazioni (gli Stati Uniti e il Giappone, appunto) attraverso l’uso di filmati di repertorio, testimonianze e fotografie d’epoca.
La regista, dal canto suo, ha saputo ben amalgamare questi due fattori – quello riguardante esclusivamente le opere dell’artista, con relative suggestioni visive, e l’approfondimento storico – rendendo l’intero lavoro armonioso e ben calibrato. Che sia, però, la scelta di mostrare in primissimo piano le opere di Yayoi Kusama – e la relativa realizzazione – il vero cavallo di battaglia dell’intero documentario? Probabilmente sì. Eppure, da che mondo è mondo, un regista deve avere anche la giusta lungimiranza per capire quale tema possa essere potenzialmente interessante o meno agli occhi dello spettatore. E, (anche) a tal proposito, Heather Lenz si è dimostrata, in questa sua opera prima, perfettamente all’altezza della situazione.

Marina Pavido

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