Intervista a Jonny Costantino

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Dal Mosaico d’Europa a Nomadica, una serie di appassionanti scoperte

Particolarmente belli sono quegli incontri che, oltre a farti scoprire un artista di valore, riescono a sorprenderti dal punto di vista umano. Con Jonny Costantino è andata proprio così. Nel 2013 eravamo rimasti ammaliati dalla visione di un corto, Il firmamento, da lui diretto (come tanti altri lavori) assieme a Fabio Badolato. Ma dei due c’era soltanto Jonny al Mosaico d’Europa Film Festival, in quel di Ravenna, accompagnato per l’occasione dallo scrittore Antonio Moresco, che attraverso una pièce teatrale è stato l’ispiratore di tale cortometraggio. In sala, nel dibattito successivo alla proiezione, ha avuto inizio quell’appassionato confronto che ci ha poi portato a colmare altre curiosità, riguardanti tanto Il firmamento che l’istintiva e profonda visione del cinema, di cui Jonny Costantino si fa portavoce.
Ma non è stato solo l’insieme di conoscenze o la passione sincera per la settima arte a colpirci. In Jonny vi è una sensibilità che trascende il territorio delle immagini per farsi carne, un’empatia che non si ferma alle parole. Ed è anche per questo che circa un anno dopo, in estate, abbiamo colto il suo invito a confrontarci nuovamente con un universo particolare come quello del cinema di ricerca, di cui abbiamo una conoscenza tutto sommato rapsodica; fu così che ad agosto ci si ritrovò entrambi a Capo d’Orlando, splendida località siciliana, per la 5a Edizione della Mostra Itinerante di Nomadica. In sé, un’altra preziosa scoperta. Suggestive proiezioni nello spiazzo adiacente al Faro. Riproposizione di autentici capolavori dell’animazione mondiale come quelli realizzati dal canadese Norman McLaren. La riscoperta di un film genuinamente e spavaldamente sovversivo come Il potere di Augusto Tretti. Ampi spazi di visibilità per chi, nel nostro paese, ha fatto o sta facendo un cinema differente da quello che siamo abituati a vedere nelle sale. E tra questi pionieri dediti alla ricognizione di altri sentieri figurativi vi è, ovviamente, il nostro Jonny Costantino…
Oltre a scoprire che l’autore è ora alle prese con un nuovo e impegnativo progetto cinematografico, Sbundo, di cui possiamo mostrarvi anche il teaser, ci siamo potuti confrontare con due lavori del passato particolarmente affascinanti: Le Corbusier in Calabria (cm, 2009) e Beira Mar (cm, 2010). Anche su questi passaggi così intensi della sua filmografia, si è andata piacevolmente a spiaggiare la ricca e feconda conversazione, da noi avuta con Jonny.

D: Caro Jonny, prima di parlare dei tuoi lavori vorrei che ci raccontassi un attimo di Nomadica e della tua esperienza a Capo D’Orlando.

Jonny Costantino: Ho conosciuto Giuseppe Spina di recente e, come bestie affini, ci siamo riconosciuti subito, già dal primo caffè è nata la voglia di collaborare. Giuseppe, oltre a essere un artista, è la spina dorsale di Nomadica e Nomadica – circuito autonomo per il cinema di ricerca e le altre arti, come si definisce – è una realtà unica in Italia. A Capo d’Orlando è accaduto qualcosa di magico. A parte la qualità della programmazione e il piacere di esserci, la gradevolezza della cornice e il sorprendente afflusso di spettatori non addetti ai lavori, la convivialità e le granite, queste giornate hanno rappresentato un significativo momento di riflessione e confronto tra film-maker. È stata l’occasione di fare il punto su cosa oggi significhi essere cineasti indipendenti in un paese artisticamente degradato. Di fatto, Nomadica è diventato un punto di riferimento per un certo cinema di trincea. La volontà comune è che questo festival perpetuo, questo covo di visioni radicali continui a crescere insieme agli artisti che coinvolge. Capo d’Orlando va pertanto considerato un inizio, un trampolino per tuffi sempre più arditi.

D: Come è nato e come viene portato avanti il tuo rapporto di collaborazione con Fabio Badolato, col quale hai firmato tutti i cortometraggi che di te sono riuscito finora a vedere?

Jonny Costantino: Io e Fabio siamo cugini che, dopo aver intrapreso percorsi differenti, si sono trovati artisticamente nel 2005, quando è nata la BaCo Productions. BaCo – Badolato e Costantino – è la prima persona plurale con cui realizziamo i nostri film. Insieme scriviamo, dirigiamo, montiamo, produciamo. Nel nostro ultimo film, Sbundo, siamo stati anche direttori della fotografia e operatori: abbiamo filmato con due macchine, talvolta da angolazioni concordate, talvolta in parallelo, a “occhio libero”. Questo per dire quanto è alto il grado di affidamento reciproco e compenetrazione. A monte, quello che condividiamo è un sentimento avventuroso del fare cinema. Crediamo nel rischio, e non si può mostrare il rischio senza viverlo. Crediamo nel naufragio come esperienza necessaria alla realizzazione di un’opera filmica. Ma essere in due, nel nostro caso, significa anche essere più spietati di quanto lo saremmo da soli: durante le riprese con quello che abbiamo scritto, al montaggio con quello che abbiamo filmato. Significa salvare solo le immagini con cui entrambi ci identifichiamo, a cui entrambi riconosciamo una forza rivelatoria, a prescindere da quanto una scena ci sia costata o quanto ci siamo affezionati a un’inquadratura.

D: Per quanto riguarda Le Corbusier in Calabria, oltre alla dimensione del cinema di ricerca vi è senz’altro un particolare rapporto affettivo col territorio filmato. Cosa puoi dirci a riguardo?

Jonny Costantino: Mi limito a dire che, essendo io e Fabio calabresi che da oltre vent’anni vivono altrove, la Calabria è per noi anche un paesaggio interiore e il legame che manteniamo con questa terra è conflittuale.

D: Se non erro, a Capo c’Orlando è stata proiettata la versione del corto musicata dai fratelli Mancuso. Come sei entrato in contatto con questi bravissimi musicisti siciliani, che hanno già avuto peraltro importanti collaborazioni a livello cinematografico? E come è stato ideato l’esperimento per cui diversi autori di musiche hanno potuto cimentarsi col tuo lavoro?

Jonny Costantino: I Fratelli Mancuso sono artisti straordinari, oltre che amici. Per il nostro film hanno scritto e interpretato due brani splendidi e mi piace pensare che questa sia soltanto la prima delle nostre collaborazioni. Il loro contributo è uno degli otto con cui è possibile accompagnare la visione del film. Suite visiva di undici minuti e progetto fotografico, Le Corbusier in Calabria è anche un progetto musicale: ci siamo rivolti a musicisti molto diversi tra loro e a ciascuno abbiamo chiesto di comporre una colonna sonora in piena libertà. Il menu del dvd consente di fruire l’opera con ognuno degli otto brani, ascoltare di filato gli ottantotto minuti di musica o vedere il film muto, com’è nato. Ma anche la versione muta ha la sua musica! A riguardo, vorrei aggiungere che la versione senza audio è quella preferita da un purista come il cineasta Franco Piavoli, e questa preferenza ci piace considerarla non già quale critica a un esperimento musicale che consideriamo riuscito, bensì quale apprezzamento della musica silenziosa che le nostre immagini da sole, nel loro concatenarsi ritmico, sono state in grado di emettere.

D: Restando sempre su Le Corbusier in Calabria, colpisce in primo luogo la dimensione spaziale, fatta di rapidi percorsi e di uno sguardo inquieto che però sosta spesso su una determinata tipologia di luoghi: sventrati, isolati, costruiti a metà, apparentemente abbandonati a se stessi. Vorresti spiegarci meglio la scelta dei soggetti architettonici da te ripresi, nonché il modo di filmarli e, soprattutto, di metterli in relazione tra loro al montaggio?

Jonny Costantino: Filmare di passaggio il paesaggio è un modo per far sì che esso si ricomponga e si fissi nella mente di chi guarda in base alla sua sensibilità, che è sempre selettiva. Abbiamo filmato in super8, prevalentemente in camera-car, “sparando” solo quando quel che scorreva fuori dal finestrino suscitava in noi una risonanza intima, cercando soprattutto sintesi cromatiche. Al momento del montaggio, le immagini si sono legate tra loro quasi spontaneamente. Spesso diciamo che il film s’è montato in macchina. Oppure erano gli elementi stessi ad attrarsi tra loro, come la ruggine dei tondini di edifici incompiuti richiama le venature rugginose di alcune pietre e si amalgama nel paesaggio più di molti intonachi di costruzioni finite. Ed è sempre stimolante, dopo ogni proiezione di Le Corbusier in Calabria, recepire reazioni talvolta così disparate da far dubitare che si stia parlando dello stesso film: qualcuno si ferma all’eco-mostruosità di certe architetture, in altri prevale l’incanto per la trasfigurazione fotografica operata dal super8. Da parte nostra non c’è giudizio, c’è un sentimento dei luoghi e il flusso visuale che lo esprime.

D: Da che esperienza è nato, invece, il corto girato in Brasile e intitolato Beira Mar?

Jonny Costantino: Beira Mar nasce dall’osservazione di una città del Nordeste brasiliano, Fortaleza. Un’osservazione durata tre mesi, sparsi in tre anni, di cui solo l’ultimo è stato di riprese. L’idea originaria era un documentario sul quartiere rosso della città, lavorando a stretto contatto con alcune ragazze che fanno la vita. Per via di una serie di difficoltà, abbiamo deciso di rinviare questo progetto per concentrarci – e concentrare il nostro sguardo – sul lungomare, sul ‘beira mar’ appunto: sei chilometri di superficie calpestabile dove la vita non si ferma mai e dove convergono contraddizioni del primo e lacerazioni del terzo mondo. L’intenzione era fare intravedere la cascata attraverso la goccia d’acqua. Farla intravedere liricamente, impressionisticamente.

D: In quello che a noi è parso un lavoro cinematografico ancor più affascinante e complesso, si percepisce un feeling con determinati ambienti, tale da consentire un certo modo di riprendere la gente del posto. Più in particolare, laddove si avverte il rischio della morbosità, nel pedinare così a lungo con la videocamera personaggi come bambini, mendicanti o altri esseri umani in cui può esserci del disagio, tu riesci a conferire alle riprese un taglio profondamente umanista, naturale, sincero. Vorresti esprimere il tuo punto di vista su tutto ciò e, in particolare, su quelle lunghe inquadrature che ritraggono una persona particolarmente interessante, per poi spostarsi su altre epifanie altrettanto degne di nota?

Jonny Costantino: Stare in agguato, appostarsi, addentrarsi, stanare, spingere al limite le interazioni, sul filo di un’ambiguità sempre lì lì per fare degenerare la situazione, mimetizzarsi, riprendere da terra, sporcarsi, accanirsi su un soggetto, spesso a vuoto, restare aperti all’imprevisto, mobili fluidi permeabili, istigare l’inatteso, provocare l’epifania, accendersi intercettando qualcosa che brucia, attraverso la povertà del mezzo ricettare miseria, distillarla in immagine, far sì che la visione sia l’esito di un corpo a corpo tra l’occhio e il corpo esplorato: Beira Mar è stato girato così. Se alcune apparizioni improvvise non avessero rubato la scena al soggetto inquadrato, senza certi piccoli miracoli, probabilmente questo film non sarebbe stato montato.

D: Anche in Beira Mar le scelte musicali conferiscono un passo particolare all’opera. Come hai scelto i brani? E che ruolo ha avuto l’incontro col disabile suonatore di organetto, la cui musica crea un effetto quasi ipnotico, straniante, vista poi la tua decisione di sovrapporla a un segmento del corto abbastanza esteso?

Jonny Costantino: Le scelte musicali obbediscono sempre, nel nostro caso, a un criterio contrappuntistico. Il suonatore di organetto è stato a lungo scrutato prima di essere filmato. Ogni giorno, nel tardo pomeriggio, un uomo lo lascia sul lungomare, col suo strumento e la cesta dell’elemosina. Inizia il concerto. Giusto una pausa per sfamarsi verso le dieci di sera e poi avanti fino alle due del mattino a infierire sull’organetto, a martoriarlo, finché il suo accompagnatore lo ricarica sulla sedia a rotelle e se lo porta via. Questo spettacolo l’ho visto ripetersi ogni giorno dei tre mesi, nell’arco di tre anni, che ho speso a Fortaleza. E con quale trasporto questo artista della fame s’immerge nei suoi suoni spastici, sgraziati, indifferente agli spiccioli che raccatta, alle smorfie dei passeggiatori. Il suo abbandono estatico non è inferiore a quello di un Kleiber o di un Coltrane durante le rispettive performance. Chissà cosa accade nella sua testa mentre si sfibra in quei loop stridenti! Ebbene, il suonatore di organetto – nella sua inermità e ingenuità, con le sue dissonanze ossessive – incarna un tipo di artista che ci sta a cuore. Anche per questo abbiamo messo in risalto il suo contributo musicale, incastonandolo in mezzo e sullo stesso piano di un pezzo free di Roscoe Mitchell e di una sonatina di Bach.

D: Altri due elementi di Beira Mar che mi hanno colpito sono lo studio della messa a fuoco, che a volte lascia sfumare malinconicamente le immagini per poi ritrovare la loro nitidezza, insieme alla fascinazione per strade riprese di notte tra selve di luci artificiali, un qualcosa che mi era parso di ravvisare anche in altri lavori. Sono intuizioni giuste, queste, o mi sono fatto eccessivamente suggestionare da alcune scene?

Jonny Costantino: Vedi, il nostro è un cinema dove il raccontare è tutt’uno col mostrare, un cinema che vive di visioni aperte, di sensazioni svincolate dalla noia delle descrizioni, e ci piacerebbe che gli spettatori se le vivessero come feritoie, le nostre visioni, che ci guardassero attraverso, per farsi ciascuno il proprio film. Da questo punto di vista, tutte le intuizioni sono valide. Quello che volevamo dire lo abbiamo detto attraverso immagini autosufficienti. Quello che mi dici mi parla dell’opera, certo, ma anche di te. Ed è inevitabile che un nostro film ti rimandi a un altro nostro film. Gli occhi sono gli stessi, e sono occhi che affidano le proprie urgenze a un istinto figurativo che funziona da costante, con la tendenza a captare l’irradiazione di un corpo o un luogo o una situazione senza pietrificarla in una bella immagine. Questione di stile, e stile per noi non è una formula che si ripete, ma un ritmo cerebro-cardiaco, un battito oculare, una tensione a sfondare l’immagine. Uno stile, il nostro, che deve fare i conti col mezzo, anche sfruttandone espressivamente i limiti. Beira Mar, per esempio, è stato girato con una videocamera semi-professionale, dunque col peggior digitale. Quando abbiamo lavorato in 35mm o in alta definizione ci siamo posti altri problemi.

D: Per finire, voglio ricordare che è stato un altro corto non riproposto in Sicilia Il firmamento, a introdurmi al tuo cinema. Che percorso ha poi avuto, a partire dai festival, tale cortometraggio? E stai già lavorando a nuovi progetti?

Jonny Costantino: Il firmamento è stato in concorso al Torino Film Festival e poi è stato proiettato, e continua a esserlo, in altri festival come il Mosaico d’Europa, dove ci siamo conosciuti, ma anche in contesti non cinematografici. Al momento stiamo chiudendo il montaggio di Sbundo, il nostro primo lungometraggio narrativo, e stiamo preparando La lucina, film tratto dal romanzo omonimo di Antonio Moresco e sceneggiato insieme a lui che – con la sua magnifica testa tutta spigoli lampi vissuto – sarà anche l’attore protagonista.

Stefano Coccia

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