In the Last Days of the City

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il Cairo – Sinfonia di una grande città

Al di là che il suo film d’esordio dal titolo In the Last Days of the City piaccia oppure no, una cosa è certa: Tamer El Said ha dimostrato di avere una grandissima pazienza. Il fatto che siamo qui a parlarne è la testimonianza che il sapere aspettare alle volte paga. Il suo primo lungometraggio di finzione, presentato al Forum della Berlinale 2016 (dove si è aggiudicato il Caligari Film Award) e in concorso della 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, ha richiesto ben nove anni di preparazione. Una vera eternità, di quelle che convincerebbero chiunque a gettare la spugna, ma per fortuna il regista egiziano non lo ha fatto.
El Said firma un road movie cittadino che consciamente o inconsciamente presenta nel dna drammaturgico dei caratteri autobiografici, che sembrano avere molti punti di contatto con i suoi trascorsi professionali. Scorrendone la filmografia, che lo vede autore di numerosi cortometraggi e documentari nei quali si riconosce un legame molto forte con la terra natia, la scelta di puntare su una storia e dei personaggi come quelli al centro di In the Last Days of the City appare un riflesso condizionato. In particolare, l’identikit del protagonista porta direttamente a lui, come uno specchio nel quale riflettersi frame by frame. Siamo a Il Cairo, anno 2009. Khalid è un filmmaker trentacinquenne al lavoro su un documentario con cui vorrebbe catturare l’anima della città ma al quale non riesce a dare una forma compiuta. Mentre piccoli e grandi cambiamenti accadono nella sua vita privata, Khalid si confronta con vecchi amici che ora abitano a Beirut, Baghdad e Berlino. Intorno a loro, Il Cairo si prepara a vivere i suoi ultimi giorni.
A vestire i panni del suo clone sul grande schermo è Khalid Abdalla, nome che a molti potrebbe suonare sconosciuto, ma che in realtà può contare su alcune importanti partecipazioni in cast a stelle e strisce come quelli di United 93, Green Zone e Il cacciatore di aquiloni. La sua perfomance, che ne rivela le straordinarie qualità recitative e interpretative, è il baricentro su e intorno al quale prende forma e si alimenta il plot e il film in generale. Senza di essa, senza l’apporto determinante che offre in termini emozionali, l’opera probabilmente non avrebbe avuto i medesimi risultati. Quando, infatti, è lui a non girare, l’intero ingranaggio ne risente. In effetti, c’è da registrare una certa discontinuità e scorrevolezza. Il flusso narrativo, così come quello emotivo, subiscono una serie di brusche frenate, dettate il più delle volte dalla saturazione dei tanti elementi chiamati in causa e dalle continue digressioni presenti sulla timeline. Quando questo non si verifica, in particolare nella seconda ora, il racconto si fa più asciutto e incisivo, quanto basta per catturare l’attenzione dello spettatore di turno.
Narrativamente parlando, il film si muove e si sviluppa su due piani, quello drammaturgico e uno più squisitamente teorico. Quest’ultimo, sarebbe potuto essere il punto di forza della struttura portante, ma a conti fatti si rivela il tallone d’Achille. Il soffermarsi ciclicamente sul concetto del filmare, sul perché filmare e su quando farlo, a lungo andare genera degli stalli e anche dei momenti di vuoto narrativo che interrompono il flusso emotivo e la fluidità del racconto. Le ripetute elucubrazioni del protagonista e gli interrogativi sollevati costantemente davanti alle situazioni appesantiscono il più delle volte la timeline. Il vagare di Khalid tra le vie, i vicoli, le piazze e gli edifici della città, in cerca di risposte mai date e di nuove domande su un passato irrisolto e un presente incerto, con una videocamera come testimone oculare, spinge l’opera verso un road movie che sembrerebbe inizialmente mirare a una sinfonia audiovisiva alla Walter Ruttmann, ma che alla fine punta a tutt’altro, ossia alla scrittura di un diario personale di immagini, parole e suoni sommersi, che il protagonista/regista prova a far riemergere. Questa ambiguità che si viene a creare riguardante l’indecisione su quale strada intraprendere, è il vero problema di fondo.
Diverso il discorso da fare sul piano drammaturgico; piano sul quale non ci sono gli stessi problemi che affliggono quello teorico. Qui Tamer El Said appare più convinto sulla direzione da prendere. La ricerca interiore e il viaggio fisico del protagonista assumono contorni più definiti e decisamene meno cervellotici. Ciò consente allo spettatore di non perdersi e di appassionarsi alle tappe che Khalid compie per giungere alla fine del suddetto viaggio, fatto di sofferenza, dolore, ricordi belli e brutti, amicizie vicine e lontane, ma anche di perdite.
All’interno dell’architettura della sceneggiatura di In the Last Days of the City non sempre queste due anime – quella teorica e quella drammaturgica – riescono a coesistere, ma al contrario quando ciò avviene il tutto offre alla platea momenti di poesia e altri di forte impatto. L’escamotage dello skippare dal film al documentario che il protagonista sta provando a realizzare è ben congeniato, non innovativo, ma qui assolutamente funzionale. Di conseguenza, si viene a creare una sinergia e un interscambio perfetti tra finzione e verità, tra artificio e realtà. Questo, a nostro avviso, insieme alle bellissime immagini delle diverse facce de Il Cairo (senza dubbio la vera co-protagonista del film) e all’interpretazione di Abdalla, è il salvagente che consente a Tamer El Said e alla sua prima e travagliata opera prima di mantenersi a galla sulla soglia della sufficienza.

Francesco Del Grosso

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