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Shana

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VOTO: 6,5

Una (altra) ragazza brillante

Al 79º Festival di Cannes, inserito nel programma della Quinzaine des Cineastes, ha avuto la sua anteprima mondiale Shana, un esplosivo racconto di formazione che ci ricorda come i film possano essere tenuti in piedi da interpretazioni centrali intense e magnetiche, che da sole giustificano la visione.
Basta tornare indietro di due anni, restando sempre nei confini della Croisette, per trovare Una ragazza brillante di Agathe Riedinger, debutto senza infamia e senza lode la cui collocazione corretta sarebbe stata Un Certain Regard, ma che si era infine conquistato un posto in concorso sulla base delle esuberanti virtù attoriali di Malou Khebizi. Gli avventori di quell’edizione ricorderanno sicuramente lo stupore intriso di compassione nel vederla sfrecciare su tacchi vertiginosi attraverso una spirale di tumulti psicologici e disastri familiari. Presto detto: Malou è diventata un’habitué della kermesse. Dopo la sua presenza marginale in ben tre film all’edizione successiva, il definitivo segnale del decollo della sua carriera è arrivato quest’anno con il nuovo film di Christophe Honoré, presentato fuori concorso. Eva Huault, eponima protagonista di Shana, meriterebbe un trattamento simile per questo ruolo nevrotico e imprevedibile, in cui scalpita continuamente per riprendere il controllo di una vita sabotata da genitori assenti e fidanzati appena usciti di prigione.
Abbandonata dalla madre a soli dodici anni per inseguire l’ennesima fiamma, la Shana ormai venticinquenne continua comunque a sentirsi in dovere di sottomettersi agli obblighi familiari in vista dell’imminente bat mitzvah della sorellina, con cui non ha mai realmente legato. Nel frattempo non riesce a trovare il coraggio di lasciare Moses, che da anni la manipola emotivamente, soggiogandola a una relazione fatta di abusi e temporanee separazioni dettate dalle sue ricorrenti reclusioni. Per buona parte del film, la presenza dell’uomo si riduce a una voce al telefono, pateticamente vulnerabile alla distanza dalla propria compagna, tanto da spingere quasi lo spettatore a dubitare della sua capacità di rappresentare un reale pericolo. È uno degli espedienti più riusciti del film: Moses uscirà di prigione e si rivelerà, a tutti gli effetti, un poco di buono, consolidando la nostra certezza che è fin troppo facile venire raggirati dalle parole quando si è coinvolti emotivamente. In un film libero da convenzionali costrizioni narrative, c’è un avvenimento, apparentemente trascurabile, che si rivela essere degno di nota: alla morte della nonna, Shana eredita un anello d’oro incastonato di smeraldi che, secondo la tradizione, dovrebbe proteggerla dal malocchio. Giudicherete voi se finirà davvero per sortire l’effetto promesso, sempre che la ragazza non decida di venderlo al primo che passa per saldare qualche debito. Del resto, Moses — ancora dietro le sbarre — le ha affidato persino la vendita della droga, e Shana trattiene ingenuamente parte dei soldi per sé.
In appena 83 minuti, densi di peripezie e confronti, il film segue la protagonista mentre affronta le continue avversità della quotidianità con un’energia inesauribile, tanto caotica quanto autodistruttiva, sostenuta dal supporto discutibile del suo gruppo di amici. È questa deriva incessante a costituire il cuore del racconto, ma anche il motivo per cui la narrazione, erratica come la sua protagonista, ma incapace di fermarsi abbastanza a lungo da elaborare il dolore che la attraversa, viene percepita come irrisolta. Il tema in cui il film inciampa è la dinamica madre-figlia: il passato legato all’affidamento viene trattato alla stregua di un colpo di scena, quando in altri prodotti questo dettaglio sarebbe stato menzionato direttamente nella trama, in preparazione per rivelare ulteriori sviluppi. Una ferita enorme che viene deliberatamente introdotta a bruciapelo nella scena più intensa, rivelando il nucleo pulsante del trauma di Shana per poi nasconderlo nuovamente. Eppure, questa incompiutezza sembra quasi dialogare con l’identità della ragazza, frammentata tra molteplici versioni di sé: l’identità religiosa ereditata dalla famiglia, quella sottomessa della compagna devota, incapace di liberarsi del proprio partner abusante, e infine quella di donna indipendente che non si fa mettere i piedi in testa. Questo aspetto è suggerito dal modo in cui il film associa vermi e irritazioni cutanee alle piaghe bibliche, residuo di un passato spirituale la cui ombra sbiadita continua ad infestare il suo corpo, pur essendosi ormai distanziata dalle tradizioni che l’hanno cresciuta. In contrapposizione, la sorella minore finisce per incarnare ciò che Shana avrebbe potuto diventare in un’esistenza diversa: una versione cresciuta all’interno di una famiglia stabile, preservata dalla rabbia che invece sembra contaminare ogni relazione della protagonista. Non è un caso che la sorella sia forse l’unico personaggio del film a non subire mai le sue esplosioni.
Shana — il film — è quindi un circolo vizioso di sventure cinematografiche interrotto da prese di posizione impulsive. Una storia che cammina sul precipizio di un ingombrante parallelismo biblico introdotto fin dai primi minuti, esplicito ma infine poco costruttivo; gli affreschi delle piaghe d’Egitto riaffiorano nella narrazione in più occasioni, senza offrire davvero una chiave interpretativa strutturata, restando più suggestione che tesi. Avvicinandosi al finale, il film sfiora perfino una certa pornografia del dolore, salvo poi recuperare terreno attraverso una conclusione sorprendentemente catartica nella sua spontaneità e leggerezza. Shana non si uniformerà mai alla società, e quei ritrovi al parco con le amiche — sdraiate sull’erba a disquisire rumorosamente — sembrano destinati a restare la cosa più vicina a un autentico senso di appartenenza.

Alessio Vinciguerra

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