Facimm ‘o fioretto
Sin dagli esordi dietro la macchina da presa, Vincenzo Marra ha percorso le strade dell’iper-realismo, alternando alla produzione documentaristica quella di serie e film di fiction incentrati su storie vere e drammatiche. Ora, con oltre un ventennio di onorata carriera alle spalle, il regista napoletano sembra intenzionato a dare una svolta drastica a questa confrontandosi per la prima volta con il registro della commedia, senza rinunciare allo sguardo lucido e profondo che contraddistingue il suo cinema. Bisogna però capire se nel caso del suo settimo lungometraggio dal titolo Era, nelle sale dal 26 marzo 2026 dopo la presentazione alla 17esima edizione del Bif&st, si tratti di una parentesi o di uno effettivo cambio di rotta, ma questo saranno solo le prossime mosse a stabilirlo.
Era dal punto di vista genetico è distante anni luce da quanto realizzato in precedenza e nonostante presenti note positive, non soddisfa. Pur apprezzando lo sforzo e il tentativo di rinnovamento, sinceramente speriamo in un ritorno sui propri passi, quelli che a nostro avviso ci sembrano a lui congeniali e che in passato hanno dato, salvo qualche eccezione (vedi L’ora di punta), dei buoni frutti.
Il film nella visione del regista è un omaggio sincero a sua nonna, con la quale ha trascorso intere estati quando era ragazzino. Da quelle esperienze personali e dai ricordi a esse legate, Marra ha tratto l’idea con la quale ha dato forma e sostanza narrativa e drammaturgica alla storia. La protagonista è infatti disegnata a immagine e somiglianza della nonna, alla pari di certe situazioni che pur romanzate prendono spunto dal vissuto della sua famiglia. In quegli anni di frequentazione ha passato intere giornate seduto sul divano ad osservare gli accadimenti, compresi quelli degli ultimi anni di vita della nonna, durante i quali veniva assistita da una volenterosa badante cingalese che a modo suo aveva imparato il dialetto napoletano. L’autore ha rimesso insieme i tasselli di quel puzzle fatto di episodi, ricordi e aneddoti, per costruire uno script che ha come protagonista Lina, una donna anziana solo all’anagrafe, perché nella realtà è un concentrato inesauribile di energia, ironia e ostinata voglia di vivere. Vedova da molti anni, non rinuncia alla propria indipendenza. Dirige una vivace associazione cattolica di signore borghesi, si prende cura della sorella Maria e di un nipote mai davvero cresciuto. Inoltre, continua a esercitare, senza tentennamenti, il suo ruolo di madre “vecchio stampo” nei confronti dei tre figli sessantenni, perennemente alle prese con crisi economiche, sentimentali o esistenziali. Per Lina ogni problema ha una soluzione, e nessuno dei tentativi dei figli di convincerla a entrare in un ospizio riesce a scalfire la sua determinazione. Ogni giovedì fa visita al marito al cimitero e gioca a scopone con la sorella, mentre tra le mura del palazzo aleggia la presenza affettuosa e insistente di Don Eduardo, il vicino dall’età indefinita che non smette mai di corteggiarla. Ma l’equilibrio si spezza quando Lina ha un malore e non può più vivere da sola. Ora deve decidere se trasferirsi in una RSA o accettare l’aiuto di una badante. Dopo un improbabile “casting” domestico, Lina sceglie Amilà, una donna dello Sri Lanka che vive da anni a Napoli ma non è mai riuscita a integrarsi davvero. Quello che nasce tra le due, inizialmente per necessità, si trasforma in un legame inatteso e profondo, capace di cambiare non solo le loro vite, ma anche quelle di chi ruota intorno a loro, dimostrando che l’incontro tra mondi diversi può diventare una nuova forma di famiglia
Era affronta con un tono divertente temi importanti come quello della vecchiaia e dell’integrazione, aprendo anche una finestra sul presente e sulle problematiche legate alla crisi economica e lavorativa. Lo scopo è fin troppo chiaro, ossia quello di far sorridere e riflettere su tematiche universali e attuali. E lo strumento utilizzato è quello della farsa, con i dialoghi fitti e logorroici impostati a decibel costantemente elevati proprio per ricalcarne fedelmente il modello. Lo stesso che da anni Salemme, Siani e compagnia bella, tentano invano di mettere in pratica. In tal senso, il tentativo di mescolare senza soluzione di continuità la lezione di Eduardo con le dinamiche di un film che ha fatto scuola come Quasi amici, è la diretta conseguenza e anche quella più scontata. Nello scontro/incontro, con le distanze che via via vanno azzerandosi tra personaggi agli antipodi così come le differenze e i pregiudizi vanno scomparendo, non si può di certo andare a ricercare tracce di originalità, tanto che il plot e i suoi sviluppi seguono alla lettera delle one-lines già ampiamente codificate dall’abituale frequentatore del genere (vedi ad esempio la trasposizione di Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio o la Paola Randi di Into Paradiso). Ciò che resta è solo qualche frizzante battibecco e gag più riuscita di altre, in particolare quando viene chiamato in causa Giovanni Esposito, che nel film ricopre il ruolo del figlio sfaticato della protagonista. I duetti in cucina che lo vedono in azione sono senza dubbio i momenti più riusciti e divertenti dell’intera timeline.
Francesco Del Grosso









