Ci vuole sempre amore per raccontare una storia
La distribuzione dell’ultimo film di Bonifacio Angius, Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione, prosegue in forma indipendente toccando una serie di sale sparse nella penisola, tant’è che farà tappa nuovamente a Roma. Tale opera è infatti in programma lunedì 17 novembre alle 21 presso il Nuovo Cinema Aquila, alla presenza di Edoardo Pesce e di Wilma Labate. che insieme lo introdurranno al pubblico.
Chi scrive, però, da estimatore del cineasta sardo il quale da anni (fanno fede titoli come Perfidia, Ovunque proteggimi o il “pionieristico” SaGràscia) propone una delle poetiche più personali e urticanti presenti oggi nel panorama nostrano, ha potuto esperire l’emozione di godersi Confiteor sul grande schermo esattamente un mese fa, quando il 17 ottobre l’autore stesso presenziò alla proiezione serale dell’Azzurro Scipioni. Con un ospite – e anfitrione – d’eccezione come Damiano D’Innocenzo, a certificare la dimensione altra del suo cinema. Se il punto di vista espresso dai Fratelli D’Innocenzo, “prima di essere artisti si è artigiani”, poteva già in qualche modo sovrapporsi alla concezione del set che trapela dai lavori del regista sardo, quel connubio di dedizione al linguaggio cinematografico e di assoluta sincerità dell’ispirazione, che con ogni evidenza i film-maker finora citati rincorrono, giustifica anche l’altro mantra della serata: “Il buon cinema è una promessa mantenuta“. Se quindi il dialogo in sala tra Bonifacio Angius e Damiano D’Innocenzo ha rappresentato una piccola lezione di vita, ancor prima che una lezione di cinema, la natura stessa delle immagini successivamente proiettate sullo schermo non ha fatto altro che confermare e semmai amplificare simili presupposti etici, resi tangibili da una non banale ricerca esistenziale ed estetica.
Viscerale, personalissimo e con scorci autobiografici dati in pasto allo spettatore non per autoreferenzialità, ma quale ulteriore spunto di riflessione, Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione tende ad apparirci ora come un sommesso bisbiglio e ora come un grido. Similmente, del resto, una volta tanto la voce fuori campo non è mero orpello né pedissequa descrizione degli accadimenti, bensì contrappunto poetico di primaria importanza. “Ci vuole sempre amore per raccontare una storia. E per raccontarla ancora meglio, lo devi aver perduto. L’amore, intendo”.
Tra meta-cinema e diario intimo, tra dramma famigliare e potenziale parafrasi di una classica “Ballata dell’amore cieco”, il lungometraggio diretto con stile impeccabile da Bonifacio Angius danza nervosamente sull’alternarsi di bianco e nero e colore, un po’ come il cinema dei Maestri (i primi a venirci in mente sono in tal senso Edgar Reitz e Wim Wenders, ma troppi altri nomi – e non necessariamente tedeschi – si potrebbero fare), per raccontare un vuoto – ed il conseguente, quasi disperato desiderio di riempirlo, attraverso impulsi artistici e sentimenti autentici, veri – che si trasmette di generazione in generazione. Il delicato rapporto padre-figlio è qui la chiave di volta dell’intero arco narrativo. Con in più un gioco di rifrazioni, di specchi, riferito tanto all’articolata struttura narrativa che alla scelta degli interpreti principali, all’interno del quale lo spettatore più sensibile a certi temi può scegliere liberamente dove collocarsi; se cioè limitarsi a raccogliere una “confidenza” così appassionata, sincera, oppure trovare quegli elementi identificativi, archetipici, che possono parlare anche alla propria storia sentimentale e/o di famiglia.
Riassumendo al massimo le linee guida dell’intenso racconto cinematografico, dai tratti crepuscolari ma non privo di corrosivo humour, figura centrale è quella di Gianmaria (supposto “specchio” dell’autore), che da bambino viveva coi genitori nello stesso palazzo di cugini, zii, zie, nonno e nonna. Una “matrioska” di storie, volendo, che è la stessa voce fuori campo a introdurre, mentre la macchina da presa disvela tale microcosmo passando in rassegna, piano dopo piano, l’intera palazzina: “Zio Gianni viveva nel garage, ed era fidanzato con una Ferrari. Al primo piano c’erano Zia Anna con Zio Nicola. Al Secondo abitava Zio Raffaele, quello cattivo, tirchio. Zio Raffaele aveva tre figli. Filippo, Luca e Silvietta. E Silvietta mi faceva battere Il cuore. Mio padre è stato in ospedale per quasi un anno ed è cambiato tutto. Non si ricorda più il mio nome. Non ricorda nemmeno come si chiama lui. Mia madre dice che forse sarebbe stato meglio che morisse. Ma poi, dopo averlo detto, si sente in colpa e si mette a piangere. Io invece non piango mai. Mamma dice che a nessuno importa più niente di papà. Che papà non è più nulla. Che tutti lo hanno abbandonato, a lui e a noi. E invece se fosse morto, si sarebbero messi tutti a piangere. Perché un morto fa piangere, un vivo no“.
Il dramma del padre. L’adorabile cuginetta. I classici “parenti serpenti”. Crescendo, poi, ecco comparire una fidanzata manipolatrice e narcisista, figura piuttosto presente nella società attuale ma poco raccontata da un cinema italiano sempre più convenzionale, poiché trattenuto da quella mordacchia del “politicamente corretto” che, a parte far blaterare a senso unico di “patriarcato”, raramente permette a qualcuno (tra i pochi inseriremmo d’autorità Ivano De Matteo) di cogliere i mutamenti – spesso pestilenziali – intervenuti nell’assetto delle famiglie italiane.
Ben accompagnato da tutto il cast, che accanto a lui vede in scena tra gli altri la splendida Simonetta Columbu, il piccolo Antonio Angius, Edoardo Pesce, Michele Manca e Massimiliano Nocco con la partecipazione amichevole di Geppi Cucciari, il regista sardo dà a questo mosaico la parvenza di un affresco della vita indubbiamente amareggiato, lucidamente – e ludicamente – pessimista; un ritratto nel quale l’unico farmaco per i tanti mali che affliggono l’esistenza a giungere in nostro soccorso, come tutta l’ampia sezione metacinematografica del racconto può suggerire, è il cinema stesso, o meglio, la fascinazione profonda esercitata dalla sala cinematografica. Quando “la vita è il nemico”, tanto per citare Richard Benson, l’antidoto va forse cercato altrove. E questo non può che vederci concordi. Per cui, volendo esemplificare ulteriormente e in modo degno questo aspetto del film, sottolineato peraltro da scene di struggente bellezza, ci contentiamo di chiudere la nostra disamina con l’estratto di uno dei monologhi più belli della pellicola. O più semplicemente quello che sul piano emotivo ci ha maggiormente coinvolto, cioè questo: “Sì, io me lo ricordo, che cos’è il cinema. E il cinema non è una cosa qualunque. E se solo nella mia vita avessi saputo spiegare che cos’era il cinema per me, non avrei avuto bisogno di spiegare nient’altro. Il cinema mi parlava. Un film ti può fare una sorpresa dopo anni. Oggi per la maggior parte delle persone questo non vale niente. Invece io me lo ricordo quando ero bambino, adolescente, e incontravo un film. C’entravo dentro e me ne stavo lì, al riparo dal mondo. Insieme a chi magari non si sentiva capito da nessuno, o a chi avrebbe voluto prendere a pugni in faccia la vita, essere avvolto dall’immensità di un vortice di luce o da un bacio che nessuno ti avrebbe mai dato. È questo il cinema, un mondo parallelo capace di farti vivere altre vite“
Stefano Coccia








