Carole Matthieu

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Risorse (dis)umane

Un antico detto recita: l’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Nel caso di Louis-Julien Petit non si tratta però di un fatto delittuoso finito sulle pagine di cronaca nera, piuttosto una facile metafora per restituire al lettore un’esperienza festivaliera che ha visto protagonista il talentuoso regista francese. Il giovane cineasta transalpino è tornato proprio lì dove, due anni or sono, si era aggiudicato un importante riconoscimento, ossia a Bari, per la precisione al Bif&st, dove nel 2015 vinse meritatamente con Discount il premio per il miglior film della sezione Panorama Internazionale, la stessa che nell’ottava edizione accoglie la sua nuova pellicola dal titolo Carole Matthieu. Ma per scoprire se riuscirà a bissare la vittoria bisognerà attendere il palmares. Nel frattempo inganniamo l’attesa analizzando quanto Petit ha portato sul grande schermo, partendo ovviamente dalla base, vale a dire dai temi trattati e dal valori espressi dallo script, quest’ultimo tratto dal romanzo “Les visages écrasés” di Marin Ledun.
Cominciamo con il dire che il titolo della pellicola corrisponde al nome della sua protagonista, ma diversamente da quello che si potrebbe pensare non si tratta di un biopic, bensì del frammento doloroso dell’esistenza di una donna, che finirà con l’estendere le maglie del racconto a una piaga comune che non riguarda solo lei e la Francia, ma il mondo intero. Insomma, una goccia d’acqua destinata a cadere nell’oceano tanto per rimanere in chiave metaforica. Ci ritroviamo al seguito di Carole Matthieu, un medico del lavoro impiegato presso un’azienda dove vengono usate tecniche manageriali coercitive e schiaccianti, che cerca invano di avvertire i suoi superiori delle conseguenze delle loro azioni sui dipendenti. Quando uno di loro la implora di porre fine alle sue sofferenze, Carole capisce che questa è forse l’unica soluzione per far cambiare idea ai piani alti.
Come avrete avuto modo di intuire dalla lettura della sinossi, Petit ha cambiato totalmente registro passando dalla commedia del fortunato esordio al dramma di questa sua seconda fatica dietro la macchina da presa sulla lunga distanza, che conferma una volta di più la maturità di un regista capace di mutare pelle senza perdere freschezza, sicurezza e lucidità. Con solo due film all’attivo, il regista francese ha dimostrato di non temere un cambio di rotta, al contrario ha saputo adattarsi e soprattutto non cadere in tutte quelle trappole drammaturgiche e stilistiche disseminate lungo la timeline, presenti in misura nettamente inferiore nella pellicola precedente. Molti addetti ai lavori hanno parlato, a nostro avviso erroneamente, di un vistoso passa indietro da parte di Petit. Anche se abbiamo preferito la pellicola del 2014, Carole Matthieu non merita assolutamente una bocciatura e, infatti, noi di Cineclandestino sosteniamo con forza e convinzione un film meritevole di attenzioni, in primis per l’importanza del tema affrontato e poi per come questo è stato trattato. C’è poi da tenere ben presente il tasso di difficoltà che in questo caso cresce in maniera esponenziale, triplicandosi. La materia che si trova a maneggiare Petit nel suo secondo film è di quelle che farebbero tremare i polsi a chiunque. Fortunatamente, il cineasta francese non permette che ciò accada e ad aiutarlo nel difficile compito c’è una sontuosa Isabelle Adjani, qui alle prese con un personaggio tridimensionale e imprevedibile, in continua mutazione e di complessa gestione. Il suo monologo che precede i titoli di testa è un biglietto da visita di quelli che non si scordano e che mette subito le cose in chiaro.
Evidente, dunque, il filo rosso e la macro area tematica che unisce e nella quale gravitano le due opere, che le porta a muoversi con attenzione su un territorio minato.  Se in Discount aveva puntato la lente d’ingrandimento sulla crisi e sulla perdita del lavoro, in Carole Matthieu l’attenzione si sposta sulle dinamiche distorte, sulle pressioni esercitate sui lavoratori, sulla disumanizzazione e sulle logiche del profitto a tutti i costi. Un peso, questo, che può arrivare a schiacciare e persino a stritolare fisicamente e soprattutto psicologicamente coloro che non riescono a sopportarlo. E la mente torna a Tutta la vita davanti di Paolo Virzì, ma soprattutto a Risorse umane di Laurent Cantet. Il baricentro resta, dunque, il lavoro e la dimensione sociale ma sotto la superficie di entrambe le vicende si legge chiaramente, seppur con traiettorie e toni diversi fra loro, una critica e un dito puntato con decisione contro l’economia malata e le conseguenze su chi ne subisce, a vari livelli, la brutalità e la spietatezza. In tal senso, Carole Matthieu è un film che lascia il segno e che non può lasciare indifferenti, con delle imprecisioni se vuoi, ma potente come un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco.

Francesco Del Grosso

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