Sangue chiama sangue
Akaki Popkhadze è nato in Georgia ed è cresciuto in Russia fino all’età di tredici anni. La sua famiglia si è poi trasferita a Nizza. Ha lavorato come agente di sicurezza nelle ville di lusso di Saint-Jean Cap-Ferrat o come cameriere nei locali notturni di Monaco e Saint-Tropez. Quando è entrato all’Ecole Supérieure de Réalisation Audiovisuelle (ESRA) di Nizza, ha potuto nuovamente inseguire il suo sogno d’infanzia: fare cinema. Ed è da lì che è iniziato il suo percorso dietro la macchina da presa che lo ha portato, dopo la realizzazione di alcuni pluripremiati corti (tra cui Ici en silence tout hurle), al suo primo lungometraggio dal titolo Brûle le sang (In the Name of Blood), presentato in concorso alla 35esima edizione del Noir in Festival, che a questo punto non può essere un caso che sia ambientato proprio nella nota cittadina balneare della Costa Azzurra.
Siamo infatti nei quartieri popolari di Nizza, dove un pilastro della comunità georgiana locale viene assassinato. Suo figlio Tristan, che aspira a diventare un prete ortodosso, si ritrova da solo con la madre in lutto. Gabriel, suo fratello maggiore con un passato travagliato, riappare dopo un lungo esilio per fare ammenda e riscattare l’onore della sua famiglia. Il fatto che vengano chiamati in causa sia la comunità georgiana che una serie di altri punti in comune con i trascorsi dell’autore ne fanno un film molto personale e assai realistico. Il ché traspare dalla maniera molto precisa e dettagliata con la quale vengono descritti e messi in scena il contesto, le dinamiche sociali e il background dei personaggi.
Interessante e riuscita è il modo in cui Popkhadze intreccia i fili del racconto, le figure che lo animano e le tematiche chiamate in causa, palleggiando efficacemente, anche grazie al contributo in fase di scrittura di Florent Hill (che nel film veste anche i panni del co-protagonista Tristan), tra il dramma familiare, quello sociale e gli ingredienti più squisitamente di genere. In Brûle le sang i temi e la stretta connessione di questi con i singoli personaggi principali diventano il cuore pulsante e il motore portante. Nel film ai temi della famiglia, della spiritualità e della violenza, con quest’ultimo che mano a mano prende il sopravvento, il regista associa un personaggio di riferimento, che finisce con l’incarnarlo sullo schermo. Un modus operandi che ritroviamo in quello che di fatto è concepito come una tragedia in quattro atti che pone le figure coinvolte e lo spettatore sullo stesso piano e davanti a una serie di emozioni cangianti e dubbi morali. Il risultato è un elevato coefficiente di coinvolgimento scandito da una partitura fatta di momenti di forte tensione e adrenalina (vedi la scena dell’irruzione e della fuga dal covo degli spacciatori), ben servita da attori credibilissimi e da un montaggio che ritmicamente valorizza il lavoro della macchina da presa, che fa dei long take e dell’utilizzo esteticamente impattante e funzionale di focali grandangolari che mirano a distorcere la realtà la propria cifra stilistica.
Francesco Del Grosso









