Amore (fraterno) tossico
Sono molteplici i motivi per cui attendavamo al varco la proiezione al Teatro Miela di Blind Spot (Slepa pega) della regista slovena Hanna Antonina Wojcik Slak. Innanzitutto, perché ricordiamo ancora con i brividi addosso un altro lungometraggio della stessa autrice, Rudar (distribuito anche in Italia, col titolo Il segreto della miniera): dolente opera cinematografica incentrata su una delle più sofferte pagine di Storia contemporanea, animata da sensibilità pari solo al coraggio politico. L’altro motivo d’interesse è la data di realizzazione del film, 2002, che lo rende uno dei più vecchi (e perciò una pietra miliare) della sezione Wild Roses, dedicata per l’occasione proprio al cinema sloveno, che tante soddisfazioni ci sta regalando in questo Trieste Film Festival 2026. Infine, fattore tutt’altro che trascurabile, l’esser stato proiettato Blind Spot in 35mm, autentica manna per chi come noialtri attribuisce ancora alla pellicola un fascino del tutto particolare.
Come volevasi dimostrare, una delle prime note di merito relative al lungometraggio, selezionato all’epoca ai Festival di Locarno e di Salonicco, concerne proprio la fotografia di Karina Maria Kleszczewska: tonalità acide, talora plumbee come l’incubo metropolitano in cui annaspano i protagonisti, caratterizzano una pellicola (letteralmente, in questo caso) che per ammissione della stessa regista appare ancora figlia degli anni Novanta, viste anche le tematiche prese di petto.
Sì, proprio il decennio di Trainspotting (1996), cult assoluto, sebbene in Blind spot la radicalità dello sguardo e l’approccio urticante al tema della tossicodipendenza ci abbia ricordato ancor più il nostrano Amore Tossico (1983), spavaldo biglietto da visita di un regista maledetto (e maledettamente bravo) come Claudio Caligari.
Alle basi di un plot ben congegnato intorno ai temi della dipendenza e dei più delicati rapporti interpersonali, vi è la fuga dall’ospedale di Gladki, giovane uomo piegato nel fisico e ancor più nella tenuta mentale, subito aiutato – per quanto la controparte appaia sempre meno gestibile – da Lupa, sua sorella, che oltre ai legami di sangue condivide con lui un tormentato passato. C’è chi nel prosieguo della storia, tra il pubblico, ha scorto un potenziale “happy end”, vista la reazione decisa della co-protagonista alle avversità della sorte, ma a nostro avviso – e considerando anche il peso di certe perdite – permane un mood cupo e genuinamente urticante a conferire sincerità al film.
Sul piano stilistico, invece, degno di nota è che a poco più di 25 anni la regista slovena abbia girato un’opera così intensa, matura, che dal crudo realismo di certe situazioni sa passare a momenti lisergici dotati di altrettanto vigore.
Stefano Coccia









