Between Us, a Secret

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8.0 Awesome
  • voto 8

Racconto le storie perché il mondo non cambi me

Ci sono regole sempre valide quando ci si approccia ad un nuovo ambiente e si viene in contatto con chi di quell’ambiente fa parte: fai silenzio, ascolta e parla solo se interrogato. Regole ripetute anche da Toumani Kouyaté, protagonista di questo Between Us, a Secret presentato Fuori Concorso al 30° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, alla co-autrice dell’opera Beatriz Seigner. La conversazione è quella tra un iniziato (Kouyaté) ed una profana (Seigner), non con senso di superiorità ma con reciproco desiderio di spiegare e capire. Il tono della conversazione ricalca quello della pellicola, almeno nella sua prima parte. Siamo davanti, infatti, ad un documentario road-movie realizzato per documentare il ritorno di Toumani al suo villaggio natale in Mali al fine di prendere parte ad una importante cerimonia. Sì perché l’uomo è un djeli, una “persona del Verbo”, qualcuno che potremmo definire un “cantore” ma che in realtà è molto di più all’interno di quella società. E dunque la definizione di “documento” per il film è calzante ma non esaustiva. Parte sì come un saggio di carattere antropologico e sociologico che assomma la volontà di osservare e registrare a quella di capire, ma via via che la narrazione procede prende sempre più le forme di un affresco. È anche un viaggio alla riscoperta delle proprie radici per Kouyaté. Attraverso la sua esperienza ed i suoi incontri con i componenti la sua grande famiglia la pellicola riporta alla luce una società antica con il suo ordinamento; un ordinamento basato sulla parola ed il suo potere. Veniamo così a conoscenza dell’epica, recitata tutt’oggi a memoria, di Sundjata Keita, fondatore dell’antico Impero di Manden. Una società che, però, non è sparita. La polvere del tempo e della modernità si è posata su di essa, eppure ancora vive e anima la nazione del Mali. Tutto passa attraverso i griot, le famiglie nobili, le più antiche, ed i loro rappresentati, i djeli che ancora oggi mantengono un ruolo riconosciuto nella società maliana. Lo stesso presidente del Mali si avvale come consigliere speciale di un djeli, tra l’altro parente di Toumani. Si passa quindi dall’essere spettatori un po’ distanti ed asettici di un documentario ad ascoltatori affascinati e partecipi della narrazione del nostro protagonista, il quale ci guida alla scoperta del suo mondo di origine; e possiamo sentire distintamente tutto l’orgoglio dell’appartenenza, tutta la fierezza che comporta la coscienza di sé e del proprio retaggio, il tutto senza albagia ma con la forza tranquilla di chi sa chi è, da dove viene e quale è la sua strada. Il concetto di oralità al centro della società ed il discendente concetto del potere sciamanico della parola solo in apparenza sono concetti lontani da noi europei. Il mondo greco-latino ebbe gli aedi, la Finlandia ebbe i suoi sciamani e così via. La differenza è che noi abbiamo smesso di reccontare storie e abbiamo permesso al mondo di cambiarci.

 Luca Bovio

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