Belmonte

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5.0 Awesome
  • voto 5

Pedinamento di un pittore

Assieme alle figure dei musicisti, soprattutto quelli con una vita sregolata, gli sceneggiatori e i registi sono stati molto affascinati dalla possibilità di mostrare e studiare i pittori, o figure artistiche similari. L’intento è quello di cercare di cogliere l’atto creativo e quello che si nasconde dietro le opere, soprattutto se l’esistenza privata è turbolenta, e riflettere sulla vita. A differenza degli scrittori, che si possono filmare solo mentre sono fissi davanti alla macchina da scrivere o a un computer, la figura del pittore, nell’atto creativo, è dinamica, anche quando osserva con ferma dedizione la sua opera. Non bisogna dimenticare che i pittori sono stati i primi “cineasti” e loro pitture racconti visivi cristallizzati in una tela (antenato del fotogramma). Le diverse correnti artistiche sono in qualche modo generi cinematografici e lo stile pittorico è la visione della realtà filtrata dall’occhio del pittore/cineasta. La storia del cinema è fitta di pellicole che trattano di pittori e pitture, basti citare i biopic Pollock di e con Ed Harris e Mr. Turner di Mike Leigh e con un formidabile Timothy Spall, due esempi di come oltre alla contemplazione delle opere e di come focosamente sono state realizzate, c’è l’analisi della vita intima. Dall’altro lato, tanto per fare un altro esempio pittorico più consono, c’è l’episodio Lezioni di vero diretto da Martin Scorse, primo tassello del film collettivo New York Stories (1989). Tale pellicola, oltre a mostrare la foga di dipingere, si concentrava sulla vita intima del fittizio pittore. Cioè, a Scorsese – e allo sceneggiatore Richard Price – interessavano soprattutto gli interstizi quotidiani che c’erano nella vita di un artista, più che i quadri. Il lungometraggio Belmonte, diretto da Federico Veiroj, e presentato al festival Cineuropa 2018, è accomunabile proprio alla visione scelta da Scorsese.

Il regista uruguayano, giunto al quarto lungometraggio, azzarda la rappresentazione di un artista quarantenne pubblicamente di buon successo, ma pieno di dubbi nella vita quotidiana. Apprezzato per i suoi lavori, nel privato non è molto considerato, anzi. Le sue opere, realizzate sempre su grandi tele, rappresentano figure umane in pose contorte o con espressioni accigliate e sofferenti. Veiroj non dedica molte inquadrature all’atto creativo di Belmonte, all’opposto le scene che vedono il pittore nell’atto creativo sono semplici sfoghi del personaggio, come dimostra la scena in cui dipinge un quadro con azioni simili a un torero. La sceneggiatura, scritta dallo stesso Veiroj, si concentra maggiormente sull’incerta vita dell’artista, molto legato alla figlia ma a cui non sa dare pienamente amore e attenzione. Un’esistenza grigia che si ripete con cadenze usuali. Il personaggio di Belmonte sembra quasi un Oblomov che, seppure baciato dal successo artistico e corteggiato dalle donne, non riesce ad uscire da questo torpore, causato anche dalla separazione con la moglie, personaggio completamente opposto a Belmonte, perché ha coscienza e logicità. Veiroj, che si era distinto con il precedente El apóstata, con Belmonte non riesce mai ad essere veramente incisivo. La trama galleggia in questo “pedinamento” di una figura artistica, che poteva essere anche uno scrittore, e si assiste alla storia senza mai essere attratti dalla vicenda.

Roberto Baldassarre

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