As Duas Irenes

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un’altra lei

Irene è una ragazza timida e impacciata. Quasi non dimostra i suoi tredici anni. Lei è una ragazzina malinconica che custodisce dentro di sé un grande segreto. Dall’altro lato, invece, abbiamo un’altra Irene: una ragazza anch’ella di tredici anni, disinvolta ed estroversa, che già inizia a flirtare con i ragazzi e a vestirsi da signorina. Le due sono l’una l’opposto dell’altra, eppure sono molto più vicine di quanto inizialmente possa sembrare. Sono loro le protagoniste dell’intenso As Duas Irenes, lungometraggio firmato da Fabio Meira che viene direttamente dal Brasile, presentato in anteprima italiana all’edizione di CinemaSpagna 2018.

Una storia dolorosa, questa messa in scena da Meira. Dolorosa, eppure raccontata con una tale lievità da far quasi pensare a François Truffaut o a Éric Rohmer. La storia di una ragazzina che scopre che suo papà ha, in realtà, una doppia vita e che ha formato un’altra famiglia con una donna dalla quale ha avuto una figlia. Le due ragazze, coetanee, hanno lo stesso nome, Irene appunto. Ed è solo lontano dalle rispettive famiglie che riusciranno a trovare un punto d’incontro e a instaurare un legame molto forte. Al punto da diventare addirittura alleate. Sullo sfondo, la periferia del Brasile, un luogo dove il tempo sembra essersi fermato e dove l’unico divertimento sembra essere una piccola sala cinematografica.
Fin dai primi minuti dall’inizio della visione, ci si sente catapultati in questo mondo fuori dal tempo, in cui la storia delle due Irene potrebbe essere accaduta oggi, come dieci, venti, trenta anni fa.
Ciò che maggiormente colpisce delle due protagoniste è la spensieratezza con cui affrontano le loro giornate, malgrado la difficile situazione famigliare. Al via, dunque, a carrellate che ci mostrano le due che corrono in bicicletta sotto il sole, a intensi primi piani dei loro volti e a momenti raffiguranti i loro giochi e i loro primi amori. Una storia, la loro, che, per messa in scena, tanto sta a ricordare il cinema dei fratelli Dardenne e che vanta uno script pulito, privo i fronzoli, dove ricorrono elementi che sapientemente raffigurano i parallelismi tra le due sorelle (particolarmente d’effetto, a tal proposito, le inquadrature delle mani di entrambe – in due diversi momenti – che si accingono a lanciare una pietra contro chi considerano loro rivali), rendendo il tutto perfettamente armonioso.
Menzione a parte meritano le due protagoniste. La loro caratterizzazione è tanto dettagliata quanto volutamente incompleta. Ci bastano pochi istanti per capire (quasi) tutto di loro, eppure non basta un intero lungometraggio per scoprire tutto ciò che, in realtà, non ci viene mai detto. Quasi agli antipodi, eppure così incredibilmente simili, man mano che le due ragazze si avvicinano l’una all’altra, sembrano assumere l’una le caratteristiche della sorella e viceversa. Ed ecco che la prima Irene si fa più spigliata, inizia a vestire in modo più provocante e sembra non essere più intimorita dai ragazzi, mentre la seconda inizia pian piano a optare per un abbigliamento più sportivo, si taglia i capelli e sembra diventare sempre più introversa. Inutile dire che entrambe le ragazze hanno una freschezza e una vivacità come pochi altri personaggi.
Se pensiamo, dunque, al Brasile e, più in generale, al Sud America, una delle prime cose che ci vengono in mente (cinematograficamente parlando, s’intende) è la grande voglia di sperimentare, di trovare nuovi linguaggi e, soprattutto, di dare il giusto spazio a ogni autore emergente. Ora, il nostro Fabio Meira, dal punto di vista della messa in scena in sé, non ha sperimentato più di tanto, né creato qualcosa di totalmente nuovo. Eppure, attingendo a piene mani da ciò che in passato – e in tutto il resto del mondo – è stato realizzato, ha saputo dar vita a un piccolo lungometraggio delicato e prezioso, dove con grande sensibilità è riuscita a creare una storia complessa e stratificata, mettendola in scena usando un linguaggio universale e che riesce ad arrivare a tutti. Cosa, questa, di certo non da poco.

Marina Pavido

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