Animali nella Grande Guerra

0
6.5 Awesome
  • voto 6.5

Dalla parte degli “ultimi”

Se non propone nulla di nuovo a livello formale – e forse sarebbe stato difficile pretendere il contrario – è a livello di contenuto che l’ultimo documentario diretto da Folco Quilici ha diverse cose interessanti da dire. Animali nella Grande Guerra, mescolando immagini d’epoca, contributi fiction (questi ultimi in verità piuttosto estranei al contesto) e interviste a vari personaggi esperti in materia, intende portare all’attenzione dello spettatore un particolare storico determinante ma quasi mai sottolineato adeguatamente, ovvero il decisivo contributo dato dagli animali nell’ambito del Primo Conflitto Mondiale. Un obiettivo, quello di informare nel senso più ampio del termine, assai proprio del genere documentaristico, ma che lascia anche spazio a qualche riflessione di un certo peso sull’atrocità della guerra e sui modi in cui l’essere umano può affrontare una situazione estrema come può definirsi un conflitto ancora “statico”, cioè combattuto anche e soprattutto negli alienanti tempi morti della trincea. Dove all’odio verso un nemico spesso speculare fa da contraltare l’affetto nei confronti di animali considerati preziosi alleati, anche loro malgrado, in una guerra spesso disputata in condizioni ai limiti della sopravvivenza.
Come sovente accaduto nei documentari di Quilici è dunque il confronto implicito tra uomo e fauna il fulcro nemmeno troppo mascherato del suo lavoro. Cavalli, asini, cani, colombi a altri. Animali arruolati loro malgrado nella barbarie senza fine di una follia che, al solito, ha preteso un pesante tributo di sangue su ambedue i fronti. Quilici ci racconta il come evitando saggiamente di fornire un perché, attraverso assunti che sarebbero stati giocoforza intrisi di moralismo. I fatti storici ci raccontano di una guerra di confine, le cui sorti sono state decise non dalla maggior potenza di un esercito sull’altro – nei confini italiani di quello tricolore versus l’omologo austriaco – ma dalla migliore conoscenza del territorio, di una capacità di attingere a fonti di sostentamento su cui l’esercito straniero non poteva contare, finendo inevitabilmente per divorare gran parte dei propri animali adibiti allo spostamento e, di conseguenza, precludersi qualsiasi ulteriore possibilità strategica. La cosiddetta “Grande Guerra” fu decisa anche da questi fattori: da un logoramento fisico e morale che l’essere umano non può riuscire a sopportare a lungo, che finisce per azzerare le sue prerogative razionali. E il mangiare il fedele animale compagno di battaglia finisce con il divenire incisiva metafora dell’uomo il quale, così facendo, per insopprimibile istinto finisce con il distruggere se stesso in cambio di pochi giorni ulteriori di sopravvivenza.
Animali nella grande guerra – al netto anche di alcune digressioni nella costruzione narrativa come ad esempio la parentesi sull’uso dei gas letali o quella sulle vittime causate dall’influenza detta “spagnola”, non strettamente legate all’argomento trattato in partenza – risulta efficace quindi come chiaro e semplice apologo sulla straordinaria utilità della natura animale contrapposta all’inciviltà umana, quella che dovrebbe essere alla fine una categoria “superiore”. Capace, al contrario, di partorire insane manifestazioni belliche a getto continuo, mondiali e locali, razziali e religiose. In nome di un odio, di una “necessità” intrinseca si eliminare il proprio simile diverso da sé che il regno animale, regolato da altre leggi, non potrà mai conoscere. L’unica consolazione, al termine della visione del documentario firmato da Folco Quilici, consiste nel fatto che, causa evoluzione (o involuzione?) bellico-tecnologica, ben difficilmente gli animali sono stati di recente cooptati e saranno in futuro coinvolti su così larga scala in un qualsiasi conflitto. Di sicuro, però, quest’ultimo aspetto non arreca un gran sollievo…

Daniele De Angelis

Leave A Reply

3 × 5 =