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All Quiet at Sunrise

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VOTO: 7

Nel segno di Lucy

Lo so, la mente vuole
Ma il labbro inerte non sa dire niente
Si è fatto scuro il cielo
Già ti allontani, resta ancora a bere
Mia davvero, ah fosse vero!
Ma chi son io? Uno scimmione
Senza ragione, senza ragione, senza ragione
Uno scimmione, fuggiresti, fuggiresti
Uno scimmione, uno scimmione senza ragione
Tu fuggiresti
Banco del Mutuo Soccorso, “750.000 anni fa… L’amore?”

Chi scrive da bambino ebbe modo di assistere, al Museo nazionale preistorico etnografico Luigi Pigorini di Roma, a un interessante convegno presieduto dal celebre Donald Johanson, il paleoantropologo americano scopritore nel 1974 di Lucy; ovvero dei resti fossili, datati 3,2 milioni di anni, di un esemplare femminile dell’ominide subito considerato il più antico di sempre. E può far sorridere che quell’australopiteco femmina venne ribattezzato Lucy proprio per omaggiare Lucy in the Sky with Diamonds, la canzone dei Beatles le cui note risuonavano spesso nel campo di spedizione allestito in Africa Orientale da Johanson e dai suoi collaboratori, al tempo della scoperta…
Qualcosa di “lisergico” vi è anche in All Quiet at Sunrise di Zhu Xin, eccentrico lungometraggio cinese presentato qualche settimana fa a Oltre lo specchio 2025. Il festival milanese si configura dalla prima edizione quale vetrina internazionale per il cinema di genere, ma va orientandosi sempre più verso il perturbante cinematografico in senso lato, il che giustifica ampiamente la presenza di un oggetto filmico talmente anomalo, sospeso di fatto tra apologo surreale, pamphlet filosofico, onirica rivisitazione del classico tema del Doppio e dramma famigliare in cui l’elaborazione del lutto appare opportunamente trasfigurata.

Cineasta con diverse opere all’attivo, tra corti e lungometraggi, Zhu Xin prende a pretesto l’antropologia per parlarci di sentimenti, più in particolare di amore filiale: sarebbe infatti una pulsione affettiva la scintilla che, secondo lo studente Ma Ke qui protagonista, avrebbe poi spinto Lucy, la “nonna dell’umanità”, a pronunciare la prima parola, per l’appunto “amore”. Nella sua bizzarra ricerca linguistica per la tesi universitaria, il giovane tenta in modo intuitivo di risalire all’origine stessa del linguaggio, ma il confine tra indagine scientifica e visione personale, esistenziale, si fa sempre più labile, generando un certo scetticismo in ambiente accademico. Il presente si fonde quindi col passato o con diversi passati, tant’è che la figura di Lucy ritenuta il primo ominide si sovrappone e s’intreccia con quella della figlia, perduta di recente, dalla professoressa che segue Ma Ke. Accavallandosi inoltre al delicato, complesso rapporto che lega il protagonista stesso a sua madre. Come in un gioco di continui “raddoppiamenti”. Attorno a tutti loro vi sono infatti ricordi, intuizioni e tracce che emergono come frammenti di un sogno comune, o di un sostrato junghiano, laddove ogni voce contiene echi di epoche remote.

A livello formale All Quiet at Sunrise è un gioco di incastri che, pur apparendo a tratti un po’ troppo ermetico, criptico, rende a suo modo decifrabili le istanze primarie della narrazione, riconducendole in fondo tutte a un corpus filosofico ben definito, focalizzato da un lato sulla difficoltà di onorare i legami famigliari (così importanti nella cultura cinese tradizionale) in un paese dalla vita oggi così competitiva e frenetica, dall’altro sul non meno dirimente rapporto dialettico tra ricerca scientifica e pensiero magico. Con movimenti di macchina molto ben studiati il regista riesce comunque a legare tra loro i diversi livelli di realtà, utilizzando anche elaborati piani-sequenza per far convivere in scena gli attuali protagonisti e “scimmioni” preistorici in libera uscita, non troppo diversi nella foggia da quelli del celebre incipit di 2001 Odissea nello Spazio. E tra le immagini simbolicamente più rilevanti, non possiamo fare a meno di citare quel filo, così resistente, staccatosi da un maglioncino del giovane nella vecchia, decrepita abitazione in cui la madre lo ha voluto condurre; potenziale “fil rouge” del racconto, che è un po’ cordone ombelicale difficile da rimuovere, un po’ “filo di Arianna” nel labirinto del tempo.

Stefano Coccia

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