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Ai bambini piace nascondersi

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VOTO: 8

Giro giro tondo, casca il mondo

In programma martedì 18 ottobre al Caffè Letterario, Ai bambini piace nascondersi di Angela Norelli si insinua con ancor più arguzia sul solco tracciato la sera prima da Cracolice, confermando l’innata propensione del Molo Film Festival per il linguaggio del mockumentary.
Nella fattispecie, la regista ha inteso lavorare sull’idea che i bambini siano creature tribali antichissime, prima relegate in riserve sempre più piccole (fatalmente rappresentate come kindergarten o parchi giochi) e poi misteriosamente estinte nel giro di pochi anni. Della loro presenza/assenza non resterebbero quindi che immagini di un passato (più o meno) recente: fotografie e filmati da tutto il mondo, che li immortalano in rituali divenuti ormai incomprensibili agli altri…
Da qui i presupposti della spedizione in Amazzonia descritta dalla voce narrante (la regista in persona, per la cronaca), quel viaggio che nella finzione (para-documentaristicamente contraffatta) proprio la sedicente ricercatrice e un altro studioso persino più infervorato di lei avrebbero intrapreso, alla ricerca di un fantomatico bambino individuato nella foresta grazie alle riprese di un drone.

Come già in altre occasioni il mockumentary, a parte veicolare prospettive velatamente distopiche, diventa utile strumento di riflessione sul valore dell’immagine in sé, nonché sulle sue possibili relazioni con altre immagini e con la realtà stessa. Più in particolare, Ai bambini piace nascondersi fa da leva, col suo struggente apologo tracciato nell’immaginario contemporaneo e in altri più datati, a due riflessioni tutt’altro che peregrine, le quali sembrano scorrere in parallelo sullo schermo: la scomparsa delle civilizzazioni più antiche e il corrompersi in età moderna dell’infanzia, della sua innocenza e – soprattutto – della sua componente ludica.
Tutto ciò attraverso un’ibridazione dei linguaggi che ha il suo fondamento nell’ottimo utilizzo dei materiali d’archivio, riconducibili questi a svariate fonti sia fotografiche che audiovisive, pure a livello di un montaggio sonoro che, al pari di quello visivo, sa tracciare rapporti assai suggestivi tra una sequenza e l’altra. Impressione acuita, peraltro, dall’innegabile fascino delle musiche di Paolo Casali, altro elemento di spicco (assieme a un impiego finalmente consapevole e motivato dei droni) della confezione così curata di un oggetto filmico produttivamente ben concepito, all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Stefano Coccia

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