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The Spiritualization of Jeff Boyd

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VOTO: 4

Con tutta karma

La partecipazione nel concorso lungometraggi internazionali della 24esima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest si è andata ad inserire nella fitta agenda di appuntamenti festivalieri che ha visto The Spiritualization of Jeff Boyd prendere parte negli ultimi due anni a numerose e prestigiose kermesse in giro per il mondo. Con tutta onestà facciamo però tanta fatica a comprendere il motivo di tanto entusiasmo nei confronti della pellicola in questione e di un numero così elevato di selezioni nel circuito festivaliero, compresa quella alla manifestazione romagnola, della quale riteniamo senza il timore di smentite si sia rivelata l’anello debole dell’intera line-up.
Il film diretto dall’attore svizzero Uwe Schwarzwalder, che nell’arco della sua carriera ha interpretato diverse produzioni cinematografiche e televisive negli Stati Uniti e in Europa, rappresenta una nuova incursione, la terza sulla lunga distanza, dietro la macchina da presa, ma anche questa volta il risultato lascia moltissimo a desiderare. Dopo gli altrettanti barcollanti Safe e The Radicalization of Jeff Boyd, con quest’ultimo che si potrebbe considerare il primo capitolo di una possibile – speriamo di no – trilogia o saga della quale The Spiritualization of Jeff Boyd è sulla carta e nelle intenzioni dell’autore il secondo atto, approda sul grande schermo un’opera che rimane indigesta, davvero difficile da digerire.
I motivi emergono tutti dalla visione di un film che fa acqua da tutte le parti, a cominciare da una sceneggiatura che annaspa tra didascalismo, goffaggini varie, raccordi farraginosi e meccanici, dinamiche inverosimili, mancanza di credibilità rispetto agli eventi narrati e la fragilità strutturale di un plot senza un’identità di genere riconoscibile che non ha nulla di originale, alla pari dello sviluppo approssimativo dei personaggi che lo animano, a partire dal protagonista impersonificato dallo stesso Schwarzwalder. Ingiustificatamente sopra le righe per l’intero arco narrativo, la figura principale non presenta una vera e propria evoluzione che avrebbe dovuto invece segnarne il percorso. Schwarzwalder si cala nei panni di Jeff, un paziente di un istituto psichiatrico sulle Alpi svizzere, che fugge dall’amico Morton per ricominciare una nuova vita lavorando nella sua panetteria; nel frattempo, Prisha – figlia di un guru – entra misteriosamente nella sua vita. Dopo un litigio con l’amico, il fuggitivo si allontana e partecipa a un seminario tenuto da un monaco nei Balcani, alla ricerca dell’illuminazione. Ancora tormentato dal proprio passato, l’uomo prende la mano di Prisha e parte con lei alla volta dell’India, sperando di trovarvi una nuova esistenza. Riuscirà a realizzare il suo sogno? Ovviamente la risposta la lasciamo alla visione, ma non aspettatevi nulla di eclatante, piuttosto un tour de force alle diverse latitudini alla quale si fa fatica a stare in scia.
Non va meglio nella messa in quadro e nella confezione, con la regia di Schwarzwalder impalpabile in entrambi i sensi e incapace di trovare soluzioni quantomeno interessanti e funzionali. Alcune scene, in particolar modo gli inseguimenti e gli scontri fisici e verbali che vedono impegnato Jeff, rasentano l’amatoriale e mettono seriamente in discussione le capacità tecniche e recitative dell’autore.

Francesco Del Grosso

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