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Se ami qualcuno dillo

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VOTO: 6,5

Tutto è amore

Benvenuto nel club direbbe qualcuno, quello composto da tutti gli attori e le attrici che, dopo una carriera trascorsa sui palcoscenici e davanti la macchina da presa a indossare maschere di ogni tipo, hanno deciso – e gli è stata data l’opportunità – di passare alla regia. Dal 16 ottobre 2026, ossia dalla data in cui la sua opera prima dal titolo Se ami qualcuno dillo ha avuto il battesimo di fuoco nelle sale grazie a Vision Distribution (con anteprima ad Alice nella città – Panorama della 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma), anche Marco Bonini ne è ufficialmente entrato a fare parte. E per compiere questo importante passo, l’attore romano ha voluto per così dire giocare in “casa”, portando sullo schermo il romanzo omonimo del 2019 da lui stesso firmato, vincitore del Premio Elsa Morante, a sua volta nato dal racconto della sua esperienza personale e familiare.
L’uomo descritto nel libro e nel film, che cambia radicalmente dopo aver sperimentato la malattia, nella realtà, è proprio suo padre e lui, così come il personaggio di Giulio nel film, si è ritrovato, quando era adolescente, a fare da figura paterna al genitore Sergio. Questo dopo un infarto e il conseguente coma, al risveglio era diventato come un bambino nel corpo di un adulto che doveva reimparare tutto da capo, trasformatosi in una persona amorevole e buffa e smettendo di essere la figura burbera, patriarcale, maschilista e anaffettiva dalla storia sentimentale complessa che era sempre stata. L’evoluzione non era voluta, naturalmente, ma in qualche modo cambiò radicalmente le dinamiche e gli equilibri della famiglia. È proprio questa seconda improbabile infanzia finisce per insegnargli qualcosa che prima gli era sempre sfuggito: come voler bene alla sua complicata famiglia allargata.
Bonini ha dunque attinto al suo vissuto, che prima di diventare materia per un film lo è stata per un romanzo. La transizione ha richiesto un necessario lavoro di riscrittura che l’autore ha realizzato con Francesco Bruni, un collega che per la sua quarta prova da regista, Cosa sarà, a sua volta aveva raccontato un’esperienza personale. Il processo di adattamento ha comportato degli inevitabili sacrifici strutturali, che in qualche modo hanno avuto un peso sull’impianto e sull’architettura generale della versione audiovisiva. Queste si avvertono soprattutto sul piano narrativo e drammaturgico, con delle debolezze e omissioni riscontrabili nella timeline, complice la complessità della storia che vi è alla base e che invece nelle pagine del romanzo non emergevano. Ciò non impedisce all’opera, al netto delle fragilità di cui sopra, di sprigionare e trasmettere allo spettatore di turno tutto il carico viscerale di emozioni e vibrazioni cangianti che proviene dall’ispirazione autobiografica. Emozioni e vibrazioni autentiche che acquistano forza e intensità grazie a un vissuto reale, che nel film arriva dal voice over dello stesso Bonini, che rinuncia volutamente e saggiamente a un ruolo per ritagliarsi quello più intimo di un testimone onnisciente. Per il ruolo da protagonista infatti la scelta non poteva non ricadere su Edoardo Leo, che conosce Bonini da oltre quarant’anni e che ha frequentato suo padre prima e dopo la malattia. I due hanno collaborato a molti film ed era inevitabile che l’attore e regista romano affidasse al collega e amico di vecchia data il ruolo principale. Leo ricambia con una performance partecipe, alla quale fanno seguito, affiancandola con eguale partecipazione, quelle dei personaggi che lo affiancano interpretati tra gli altri da Claudia Gerini, Giovanna Mezzogiorno, Biagio Venditti, Daniela Virgilio, Pietro De Silva e Thomas Trabacchi.
Bonini invece lascia per sé la voce fuori campo che narra e traghetta tra gli eventi, con Se ami qualcuno dillo che diventa una sorta di diario che racconta di relazioni tra uomo e donna e tra padri e figli, di malattia e di rinascita, ma anche di un tema spinoso come la questione dell’identità maschile. Il neo-regista capitolino riversa il tutto in una dramedy familiare e sentimentale che intreccia passato, presente e futuro in un tempo verticale che si materializza sullo schermo attraverso generazioni a confronto (Sergio, il padre e il figlio) e le tracce nei luoghi dove si incrociano i destini dei personaggi. Per farlo Bonini recupera la memoria della vecchia tradizione del cinema italiano che è stata e si lascia guidare nell’approccio e nel modus operandi da essa tanto nella creazione quanto nella confezione. E non può non tornare alla mente La prima cosa bella, che vide all’epoca Paolo Virzì lavorare nella medesima direzione, ma con una convinzione e un’efficacia maggiori.

Francesco Del Grosso

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