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Il rumore delle cose nuove

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VOTO: 4

Chi ha paura del topo cattivo?

Il rumore delle cose nuove o quello delle cose vecchie? Al di là delle intenzioni espresse nel titolo, il cinema di Paolo Genovese pare stia invecchiando male. Tutto ciò riconduce a una crisi creativa piuttosto palese, sebbene sia legittimo supporre che il botteghino continui a premiarlo, in virtù di quell’indiscutibile capacità di decifrare e corteggiare gli umori del pubblico (quelli maggiormente “di pancia”, in particolare) così come emergono attraverso i social o in contesti analoghi, una capacità che però va facendosi sempre più greve, pacchiana, “strillata”. Al punto di ricordare in certi frangenti la china presa dal collega Muccino. Insomma, del cineasta di cui avevamo enormemente apprezzato l’acume narrativo in Perfetti sconosciuti rimane oggi ben poco, fagocitato com’è dall’ansia di piacere in modo facile, immediato e sicuro. Sicché al picco negativo rappresentato da FolleMente (film che è parso, peraltro, scopiazzato in diverse sue componenti) ha fatto seguito ora questo Il rumore delle cose nuove, presentato al pubblico e alla stampa nel giorno d’apertura della Festa del Cinema di Roma 2026. Ancor più da biasimare sono qui sentimenti urlati, spunti narrativi modaioli e uno stile che va oltre il “televisivo”, nelle sue tracce talmente elementari e in quella volontà di “accalappiare” lo spettatore enfatizzando scene al ralenti, altre pacchiane scelte di montaggio e le impennate di una colonna sonora a dir poco invadente.

Del resto la volontà di incuriosire e scioccare a buon mercato è presente sin dalle prime battute, specie nella presentazione dei personaggi maschili. Il “dirty pleasure” di uno degli interpreti principali sembrerebbe oziare a casa, indossando vistosi tacchi a spillo, sebbene tale scelta venga poi motivata diversamente. Mentre già nelle scene iniziali è la triviale ambiguità del personaggio interpretato da un Edoardo Pesce solitamente bravo, ma qui alquanto caricaturale, ad imporsi: lo vediamo indossare un costume da Mickey Mouse per divertire i bimbi malati nell’ospedale dove ha tale incarico, ma è un Topolino laido quello che vediamo poi prestarsi a lochi traffici e, soprattutto, agire violentemente a casa contro la propria compagna.
Senza entrare nei dettagli di una trama che mette in fila uno stereotipo dietro l’altro, lasciandosi andare il più delle volte alla smania di proporre morali facili e messaggi grossolani, tagliati con l’accetta, il “gioco delle coppie” caro all’autore ma messo in scena altre volte con maggior freschezza non fa altro nella circostanza che accumulare bullismo a scuola, coppie in crisi, desideri di paternità frustrati, disabili che reclamano un’attenzione diversa e finanche quella violenza sulle donne tratteggiata qui in modo così schematico da annacquare persino le evidenti buone intenzioni. Fino a quel tentativo di omicidio stradale, episodio destinato a saldare tra loro alcune delle micro-storie presenti nel plot, che, anche per i trascorsi famigliari di Genovese stesso, ci è parso alquanto maldestro e fuori luogo.

In sintesi: affidandosi ancora una volta a figure decisamente sulla breccia del cinema italiano contemporaneo, dal già menzionato Edoardo Pesce ad Emanuela Fanelli, da Claudia Pandolfi a Vittoria Puccini, da Stefano Accorsi a Lino Musella, da Rolando Ravello a Claudio Santamaria, il regista non sembra far altro che tornare stancamente su temi importanti che, per come sono introdotti nelle singole storie, finiscono per suonare falsi come una moneta da 3 Euro. Gli incroci forzati tra i vari segmenti narrativi non risultano poi di grande aiuto, al momento di empatizzare coi protagonisti o almeno provarci. E ancora di meno lo sono quel montaggio così didascalico, l’incedere ricattatorio della colonna sonora e certi stentorei dialoghi meno profondi di un commento distrattamente postato su Facebook.

Stefano Coccia

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