Lotta dura senza paura
Che quello dei diritti dei lavoratori sia un tema particolarmente caro a Barbara Kopple lo dimostra il fatto che la regista e produttrice statunitense ci è tornata in più di un’occasione, ultima nel recente Union Town, terzo capitolo di una trilogia sulla tematica in questione iniziata con Harlan County U.S.A. e proseguita con American Dream. Il suo percorso nel cinema è iniziato proprio affrontando la suddetta tematica quando, poco più che ventenne, ha avuto l’opportunità di vivere per due anni accanto ai minatori in sciopero della contea di Harlan, nel Kentucky, e di documentarne la lotta. Da quell’esperienza nacque il già citato Harlan County U.S.A., con il quale vinse il premio Oscar di categoria nel 1976. Poi è stata la volta di American Dream (in co-regia con Cathy Caplan e Thomas Haneke, anch’esso vincitore della prestigiosa statuetta nel 1991), resoconto di un altro sciopero svoltosi tra il 1985 e il 1986 in una città del Minnesota contro la Hormel Foods Corporation dopo la riduzione dei salari e delle indennità dei suoi dipendenti, nel pieno delle politiche governative volute da Ronald Reagan per “migliorare” l’economia.
A quasi trentacinque anni di distanza dalla prima volta e a ottant’anni di età, la Kopple, che nel frattempo ha realizzato altri importanti documentari su argomentazioni dal peso specifico rilevante e ha esordito nel lungometraggio con Havoc – Fuori controllo, torna su questo tema, in un momento tanto entusiasmante quanto cruciale per il mondo del lavoro. Il risultato è Union Town, presentato fuori concorso all’83sima edizione della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia. Il film segue il settore delle consegne dell’ultimo miglio a New York, mettendo in luce il ruolo fondamentale di chi vi opera in un momento di straordinaria rinascita del movimento sindacale nella più grande metropoli degli Stati Uniti. Proprio attraverso le lotte sindacali all’interno di UPS, Amazon e della rete di rider delle piattaforme digitali, il documentario restituisce un ritratto del lavoro contemporaneo e delle nuove forme di organizzazione collettiva. Girato nell’arco di tre anni, il film si interroga sul significato della solidarietà in un mondo diviso tra chi detiene il potere e chi deve lottare per conquistarlo.
Lo scopo del documentario e della sua autrice è quello di mostrare – e ci riesce – la straordinaria forza e umanità di queste persone, che continuano a lottare non solo per se stesse, ma per tutti noi, nonostante le immense difficoltà che affrontano. Union Town vuole dunque essere al contempo un atto di accusa nei confronti delle condizioni di lavoro e di solidarietà con i lavoratori degli Stati Uniti e del resto del mondo. Queste motivazioni guidano e alimentano il processo produttivo e creativo dell’opera, dando ad essa un valore sia artistico oltre che documentale e sociale.
Le macchina da presa coordinate dalla Kopple si muovono contemporaneamente su tre fronti per raccontare altrettante proteste: quella massiccia contro UPS che si sviluppa a livello nazionale andando dunque oltre i confini dello stato di New York, quella dei lavoratori di Amazon e le lotte di un sindacato ispanofono per difendere chi spesso non sa neanche parlare correttamente in inglese. Union Town offre così una ampia visione di questi fenomeni che sono alla base di duri e invisibili scontri sociali. Sullo schermo si susseguono storie personali, racconti drammatici di lavoratori che lavorano senza effettive tutele, sfidando i rischi di un lavoro usurante. Una copertura capillare del qui ed adesso resa possibile dalla capacità della regista di penetrare in maniera straordinaria nelle situazioni, guadagnandosi la fiducia e il rispetto di chi sta dall’altra parte della cinepresa. Si schiera con gli ultimi, dando loro voce, dignità e volti, ma allo stesso tempo cerca di assumere uno sguardo oggettivo e onesto sugli eventi senza edulcorarli o senza dare certezza e false speranze di una vittoria sicura contro il sistema del Capitale, un sistema eretto su ineguaglianze e sfruttamento, che mira unicamente al profitto. Un approccio e un modo di documentare basato sull’osservazione dei soggetti da vicino e della cattura della realtà senza filtri, che appartiene ai grandi connazionali che hanno preceduto la Kopple: da Frederick Wiseman ad Errol Morris, passando per Ken Burns e Albert e David Maysles, senza dimenticare il pioniere Robert Flaherty.
Francesco Del Grosso









