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NAZA

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VOTO: 8

Come in un videogioco

Il terrorismo è l’uccisione sistematica di civili innocenti ai fini di ottenere un vantaggio politico”. Queste parole, pronunciate da Benjamin Netanyahu in persona in uno dei pochi filmati d’archivio presenti all’interno di NAZA, sembrano trovare una perfetta corrispondenza in quanto emerge dalle interviste di cui il film si compone. I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, già parte del collettivo dietro al documentario premio Oscar No Other Land, conducono questa volta una serie di interviste notturne sui tetti di Tel Aviv, con l’obiettivo di raccogliere informazioni sui metodi di uccisione da remoto ai danni della popolazione palestinese a Gaza. A parlare del genocidio, e dunque ad ammetterne implicitamente la portata, sono per la prima volta gli artefici stessi dei bombardamenti che ancora oggi imperversano indisturbati. Le loro anonime silhouette nella notte, unite all’alterazione digitale della voce, ne impediranno pure l’identificazione, ma questi espedienti non sono sufficienti a impedire alle implicazioni delle loro parole di lasciare il segno.
Annunciato come aggiunta a sorpresa pochi giorni prima dell’inizio del festival, NAZA è in concorso all’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove porta una tesi sulla perdita di umanità ai tempi dell’intelligenza artificiale, strumento su cui i servizi segreti israeliani fanno particolare affidamento per designare gli obiettivi da distruggere. Dalle confessioni traspare consapevolezza, ma anche una preoccupante assenza di un adeguato rimorso: gli intervistati si sentono abbastanza in difetto da accettare di contribuire alla causa dell’informazione, ma non abbastanza da pensare di avere avuto altra scelta nel ruolo che ricoprono.
Sul fondo, altrettanto protagoniste di NAZA, le finestre di Tel Aviv: la cinepresa si insinua nella vita quotidiana di chi si crogiola nella comodità a soli 60 km dalle macerie della guerra, offrendo uno spaccato spiazzante del menefreghismo e del privilegio di un’intera città, e per estensione della porzione benestante del pianeta che può permettersi di osservare il conflitto a distanza. Questa realizzazione è particolarmente forte nel contesto di un festival di cinema, per definizione un ecosistema che rappresenta una bolla sicura dove si assiste ai problemi senza realmente considerare di risolverli.
Il male è quindi una modernità inscalfita che di notte riposa tranquilla, cullata dai rumori di un traffico che scorre regolarmente. Siamo oltre la zona di interesse di Jonathan Glazer, nome che figura tra i produttori esecutivi di NAZA, per il semplice fatto che qui è tutto attualmente in corso.
In questo gioco muore chi si oppone alle regole decise unilateralmente dal nemico; un nemico che ammette di sentirsi come il giocatore di un videogioco quando coordina i bombardamenti dalla sua postazione di lavoro, un nemico che considera trascurabili perdite civili a doppia cifra. A quasi tre anni dall’inizio dell’ultimo triste capitolo del conflitto israelo-palestinese, NAZA non è di certo la bruciante rivelazione inaspettata destinata a far aprire gli occhi a migliaia di persone, ma i dettagli che porta alla luce attraverso una prospettiva documentaristica tanto ispirata quanto efficace lo rendono una visione obbligata per tenere viva l’indignazione.

Alessio Vinciguerra

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