Esisteva un certo Lev Lavdau…
Correva l’anno 2020, quando, sui grandi schermi della Berlinale, venivano presentati in anteprima mondiale i lungometraggi DAU. Natasha e DAU. Degeneratsia, facenti parte di un ben più ampio progetto realizzato da Ilya Khrzhanovsky nel corso di vent’anni, di cui diremo meglio a breve. Ad ogni modo, a sei anni dalla prima mondiale dei suddetti lavori, ecco arrivare all’83esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, DAU, considerato in relazione al progetto il film definitivo, e in questa particolare occasione in corsa per l’ambito Leone d’Oro.
Nel realizzare questa sua speciale opera, dunque, Ilya Khrzhanovsky ha dato il via a un lavoro a dir poco monumentale. Un lavoro che si è protratto per circa vent’anni, durante i quali circa quattrocento attori non professionisti hanno vissuto all’interno di un set cinematografico costruito per l’occasione e grande circa 12.000 metri quadrati (il più grande set mai realizzato in Europa), seguendo soltanto alcune indicazioni da parte del regista, senza l’uso di sceneggiatura alcuna. E ciò che ne ha preso vita sono stati, appunto, una serie di lungometraggi (tra cui, appunto, il recente DAU), mostre immersive e installazioni, per un progetto come raramente capita di vedere in ambito cinematografico (e non solo).
Ad ogni modo, dunque, la storia messa in scena nel presente DAU è liberamente ispirata a un gruppo di fisici (e in particolare al fisico Lev Landau) che hanno contribuito alla realizzazione della bomba atomica sovietica. Dau (qui impersonato da Teodor Currentzis) è sovente impegnato in lunghe dissertazioni, confronti e importanti dilemmi morali, si trova in situazioni difficili, viene spiato dal governo e, allo stesso tempo, ha un rapporto parecchio turbolento con sua moglie e numerose amanti.
Se c’è qualcosa che di questo DAU, però, poco convince, è proprio una struttura narrativa che, nel concentrarsi dapprima sul lavoro del protagonista e dei suoi colleghi, poi quasi esclusivamente sulla vita libertina tenuta dallo stesso e sulla sua fondamentale incapacità di amare (e qui vediamo come la guerra stessa, insieme a governi senza scrupoli, siano in grado di provare gli esseri umani di ogni qualsivoglia forma di umanità) risulta a tratti eccessivamente discontinua a sfilacciata, facendo perdere parecchi punti all’intero lavoro.
Eppure, nonostante ciò, non possiamo non riconoscere al presente DAU una regia a dir poco impeccabile, dove un estremo realismo, ulteriormente valorizzato da riprese in 35mm e un copioso, costante uso di camera a spalla, ben si sposa con un montaggio ben studiato che, in particolar modo in apertura e in chiusura del lungometraggio, si fa addirittura frenetico nel mostrarci il susseguirsi degli eventi. Alcuni uomini, camminando come su un ripido pendio ai piedi di un’enorme statua ci regalano immagini di tarkovskijana memoria. Mentre discute con il suo mentore, il protagonista è come se stesse camminando nel vuoto, in cima a un’impalcatura dalle precise forme geometriche. Ilya Khrzhanovsky sa il fatto suo. E anche se rispetto ad altri lavori questo DAU lascia comunque qualche perplessità in più, non si può non riconoscere che si tratti di un progetto a dir poco unico nel suo genere.
Marina Pavido







