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Il mestiere

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VOTO: 5

O’Tecnico e il suo assistente

Negli anni trascorsi dietro la macchina da presa, con alle spalle la gavetta a MTV, Beppe Tufarulo ha potuto sviluppare un percorso autoriale tra documentario e finzione, caratterizzato da una forte sensibilità visiva e dall’attenzione alle storie più intime e profondamente umane. Il suo esordio nel lungometraggio di finzione , prossimamente nelle sale con I Wonder Pictures dopo l’anteprima alle Giornate degli Autori dell’83esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, non poteva essere da meno, restando assolutamente fedele e coerente con la linea tracciata in precedenza sia in termini di contenuti che di messa in quadro.
Con Il mestiere, nato da una sceneggiatura di Massimo De Angelis vincitrice del Premio Solinas, Tufarulo ci conduce in un Sud di frontiera che non esiste sulle mappe. Un Sud tribale, periferico, violento, lunare e senza certezze, una sorta di west senza leggi dove le regole sono saltate e con loro anche la distinzione tra ciò che è vero e ciò che è inventato. In questo dedalo, molto simile a una cloaca “sporca” e infetta, si muove a bordo della sua Apecar rossa fiammante Sauro Cantafame, detto O’Tecnico per il mestiere singolare che svolge: monta cuori meccanici nei corpi degli anziani defunti perché sembrino ancora vivi e consentano alle famiglie di continuare a riscuoterne la pensione. L’incontro con Giocondo Infelice, un ragazzo chiuso in se stesso e dotato di un misterioso dono, lo riporta ai sentimenti e lo spinge a sfidare il potere criminale di Vito la Scimmia.
Quello portato sul grande schermo con la complicità di Luigi Lo Cascio che ne veste i panni è un anti-eroe tragico che fa un mestiere illegale per le regole scritte e sacro per necessità. L’attore palermitano, al netto di qualche inciampo dialettico nel recitare in campano, risulta efficace e convincente anche quando esce come in questo caso dal recinto di un cinema più impegnato per abbracciare ruoli più borderline in progetti dichiaratamente di genere: vedi il Walter Mercurio dei due capitoli della saga di Smetto quando voglio o il Nino Scotellaro della serie The Bad Guy. È senza dubbio lui e la sua performance la nota positiva di una pellicola fortemente derivativa, che ha nel DNA i codici e gli stilemi dei generi e dei filoni chiamati in causa, ma che a conti fatti fanno fatica a coesistere e ad amalgamarsi. Il regista milanese porta infatti sul grande schermo un’opera prima che mescola senza soluzione di continuità western, fiaba nera e realismo in un territorio sospeso tra il vero e l’inverosimile. L’ibridazione trans-genere e il cocktail di toni e registri che ne scaturisce però crea un cortocircuito tanto nella timeline quanto nella confezione. La regia prova con soluzioni estemporanee (vedi la resa dei conti finale animata) e scene più incisive a colmare le lacune dovute alla mancanza di originalità nella scrittura e quelle tecniche legate alla confezione (i VFX con i quali è stata realizzata la montagna di rifiuti lasciano molto a desiderare), ma non basta a riportare a galla un progetto che in quanto a look and feel (fotograficamente parlando), all’idea e al disegno del protagonista sembrava essere partito con il piede giusto per poi disperdere velocemente gran parte del potenziale inizialmente a disposizione.

Francesco Del Grosso

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